La foto del mese
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di Giorgio Cipolletta
Un melodramma misurato, preciso. Milk, film di Gus Van Sant, sugli ultimi otto anni di vita di Harvey Milk, primo gay americano a venir eletto a un importante incarico pubblico a San Francisco e ammazzato nel 1978 a 48 anni. Troppi pochi, perché c’era molto ancora da fare.
Il film racchiude in sé gli ultimi otto anni della sua vita, da quando, trasferitosi da New York a San Francisco aprì nel quartiere Castro un piccolo negozio di fotografia, divenuto presto un centro di aggregazione e organizzazione per il movimento gay. Per quattro volte, tenacemente, Milk si presentò alle elezioni amministrative. La quarta volta venne eletto consigliere comunale. Continuò sino alla morte a battersi per i diritti dei gay, contro la Proposition 6 che intendeva espellere i gay dalla scuola pubblica e da ogni ufficio statale, sostenendo l'adozione della Rainbow Flag, la bandiera arcobaleno. Il film ha il sapore del sogno di Martin Luther King e Gus Van Sant ne è consapevole. Il regista si diverte a giocare con Hollywood, gli ruba il meglio (oltre a Brolin, Penn e Franco, Emile Hirsch, Diego Luna, Alison Pill) e coadiuvato dalla sontuosa fotografia di Harris Savides e dalla gioiosa colonna sonora di Danny Elfman, decide di mostrare la normalità dell'essere gay.
La voce di Milk è la concessione al diritto alla diversità, è il corpo che si mette in gioco e crea azione politica con coraggio e identità contro il pregiudizio della gente.