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di Giorgio Cipolletta
Il cinema è Oscar con profumo di donna, si chiama Kathrine Bigelow, con sei statuette umilia il Kolossal più costoso della storia del cinema, Avatar di James Cameron e suo ex-marito.
Una partita giocata in casa, tra due ex-coniugi che si sono sfidati tra immaginari tridimensionali e la guerra in Iraq, cruda e viva con la morte sul collo.
Per la prima volta una donna vince la regia e miglior film un giorno in anticipo rispetto alla festa della donna. La guerra viene vista e raccontata con sensibilità femminile, professione Hurt Locker.
Da anni gli artificieri, i militari mandati a mettere in sicurezza le strade quando viene segnalato un ordigno, sono coloro che combattono una guerra silenziosa, dove la morte è appesa al filo tra l’esplosione o il sabotaggio del dispositivo, per un respiro di vita in più.
Tutto si ripete ogni giorno con la stessa paura e la precisione del disinnesco.
Un giorno può durare un’ora, oppure una vita intera. La guerra è una droga: così si apre il film con questa citazione. 130 minuti dove lo spettatore soffre, precipita nell’incertezza, respira a fondo sperando che la bomba non esploda. Le sequenze sono rallentate nell’attimo dell’esplosione, la sabbia si alza, il rumore frastornante rompe ogni contatto con la vita, attimo preciso della disintegrazione, frantumazione, polvere di sabbia che si alza e nasconde la morte viva.
Ordigni da disinnescare nascosti dai terroristi in auto abbandonate, sottoterra o addirittura all'interno di cadaveri: dead man walking. 40 giorni in Iraq con una squadra di artificieri dell'esercito statunitense, unità speciale con elevatissimo tasso di mortalità. Arriva William James, dopo la morte del primo sminatore.
L’anima si consuma nel deserto nel buio totale della guerra che non vede la fine, la paura si logora dentro la tuta protettiva dell’artificiere. Il coraggio dell’alienazione immerso nel terribile senso di sopravvivere in una terra che non vede la luce della speranza di una fine della guerra. Si respira continuamente polvere da sparo, lo spettatore fatica a rilassarsi, realismo che supera la realtà stessa. Il cinema ci mette di fronte il vero più vero delle bombe che esplodono ogni giorno nelle terre di confine dimenticate.
La realtà ha vinto sull’immmaginario iperreale e claustrofobico, il prezzo della realtà questa volta ha meritato il valore della vita. Un Oscar a Kathrine Bigelow che ci fa riflettere come non sempre la ricerca della terza dimensione può salvarci l’anima e la bellezza del virtuale non ci riserva la verità. Avatar per questa volta si deve accontentare di tre statuette, effetti speciali, fotografia e scenografia: l’estetica ad effetto ha perso di fronte all’estetica imbarazzante della paura e della morte.
300 milioni di dollari (3 statuette conquistate) per la realizzazione di Avatar contro il 17 milioni di dollari (6 statuette) per produrre Hurt Locker, anche i numeri parlano chiaro di come la realtà sia distante dal virtuale.