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di Giorgio Cipolletta
Avatar: colui che discende. È una parola che in lingua sanscrita e originaria della religione induista significa incarnazione, assunzione di un corpo fisico da parte di un dio. Nel mondo digitale, nel cyberspazio, nella dimensione Web, la stessa parola acquisisce un significato diverso: Avatar è una traslazione metaforica di come una persona decide di interagire e mostrarsi agli altri nella Rete, offrendo la propria rappresentazione, incarnandosi in un’immagine diversa, in un volto totalmente diverso che appartiene ad una seconda vita, quella che viviamo parallelamente alla nostra quando decidiamo di navigare nel Web.
Il fenomeno Avatar non ha smentito le attese. Gli occhialini 3 D sono lo strumento per apprezzare gli effetti speciali e proiettarsi direttamente nel mondo di Pandora, la realtà virtuale dove il film si svolge. Dal punto di vista estetico sicuramente Avatar ha cambiato il mondo del cinema, il fascino della settima arte. Il livello di coinvolgimento è attivo, l’opera del regista James Cameron è composta da ingredienti differenti ma tutti necessari alla realizzazione fantascientifica di Avatar.
Le espressioni facciali dei Nav’ì sono il risultato di una traduzione dalla realtà alla virtualità con elevato contenuto tecnologico. La trama è semplice, forse un po’ troppo, ma lo spettatore viaggia nella foresta meravigliosa di Pandora, un mondo popolato dalle più svariate forme di flora e fauna. Si tratta di un lussureggiante pianeta del sistema solare Alpha Centauri, simile alla Terra ma abitato dai Na’vi, umanoidi alti tre metri, con la pelle blu striata e gli occhi gialli come quelli dei felini.
Una civiltà che vive nella natura protetta dagli alberi, mentre dall’altro lato si staglia la follia imperialista di una umanità corrotta e pronta a distruggere per conquistare l’inconquistabile.
La sceneggiatura forse è troppo piena, la storia rimane in ombra. La trama offre svariati punti di partenza su cui riflettere. Avatar non rappresenta un genere, ma il genere nei generi. Un contenitore dove dentro ci sono diversi contenuti: la lotta tra il bene e il male, lo scontro tra la civiltà moderna e indigena, guerra e pace, bellezza e orrore, l’uomo-macchina e l’uomo-natura. Inoltre Avatar è anche un fantasy ecologico, attrazione e bellezza costruita digitalmente in maniera perfetta. Il tema ecologico viene messo in risalto attraverso la flora del mondo di Pandora. L’albero della vita come connessione che crea legami, interconnessione tra realtà e virtualità. Una guerra di civiltà, una relazione-interazione dell’uomo reale e naturale.
Le immagini vengono verso di noi, fuori dallo schermo, e noi andiamo verso(dentro) a esse. La guerra fra esseri umani fra l’uomo e la sua doppia copia, il suo avatar, una metafora del mondo reale/virtuale.
L’obiettivo del regista americano è stato raggiunto. Ai botteghini Cameron ha battuto se stesso dopo 15 anni da Titanic. La vera forza di Avatar, oltre che nella complessa realizzazione iper-tecnologica, sta nel fatto che l'idea del film nasce nel 1995, quando il regista per la prima volta pensò di portare sullo schermo il concetto di virtuale e doppia realtà. Imparare a vederci connettendoci l'uno all'altro: forse questo è il messaggio più vero di Avatar. Il vaso di Pandora è stato aperto ora tocca a noi connetterci…