La foto del mese
Foto di Pixelmatica Macerata

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di Ilenia Paciaroni
Come si viveva in un ospedale psichiatrico? Quale era la percezione delle persone “normali”? Cosa ha rappresentato e cosa rappresenta ancora oggi per la città di Macerata il manicomio, chiuso nel 1998, lo racconta Paolo Brasca con la personale fotografica proposta nell’ambito del festival “Macerata ospitale” organizzato dall’Accademia delle Arti di Macerata nel mese di ottobre, già esposta a Porto Sant’Elpidio e che presto approderà a Porto Civitanova Marche.
Come è nata l’idea di fotografare i locali dell’ex ospedale psichiatrico?
È una produzione ex novo per il festival “Macerata ospitale” anche se il lavoro è precedente. In armonia con la filosofia della manifestazione, è un’opera itinerante progettata per essere presentata in luoghi pubblici generalmente non adibiti all’arte.
La mostra ha tuttavia radici lontane, perché l’idea è nata con la lettura di “Poesie di un pazzo” di Giovanni Antonelli nel corso dei miei studi universitari, anche se la molla è scattata quando, per motivi di lavoro, ho frequentato i locali che una volta ospitavano il manicomio. Ho quindi deciso di fotografare i padiglioni alcuni anni dopo la loro chiusura con un fine esclusivamente documentaristico.
Ha intenzione di sviluppare il progetto?
Sì, scattando delle foto dentro le nuove strutture di accoglienza della provincia, come le case famiglia e i centri diurni, ma per questioni burocratiche questo non è stato ancora possibile.
Quale è la reazione dei visitatori?
Può suscitare emozioni molto forti anche contrastanti, perché l’ex manicomio è parte del vissuto dei maceratesi. Molti hanno avuto un contatto con questa realtà per motivi di lavoro, di famiglia o per esservi stati ricoverati in prima persona. Il legame affettivo è tuttora molto forte.
Ha altri progetti?
A breve pubblicherò un libro sulla storia della coltivazione del riso nelle Marche, il cui titolo provvisorio è “Cento anni di riso”, e un calendario.
Può anticipare qualcosa a proposito del libro?
Lo scopo del volume è di tipo storico-documentaristico. Le fonti sono le relazioni dei medici e degli ingegneri chiamati ad analizzare le risaie e i carteggi della Prefettura, del Comune, dei Ministeri dell’Agricoltura e degli Interni. Nel 2004 ho pubblicato un testo sul medesimo argomento ma legato al territorio fermano, questo è invece relativo al maceratese.
Il primo documento in cui si menziona la coltivazione del riso nelle Marche è riferito al 1770. Di lì a poco, però, viene quasi bandito ufficialmente per questioni igienico-sanitarie, in realtà per interessi economici. Contro i coltivatori infatti si sollevano prima i mugnai, poi gli altri contadini con la scusa della malaria, che pensano sia provocata dall’inquinamento dell’aria dovuto alla putrefazione degli animali e dei vegetali, che nelle risaie, costituite da acquitrini, trovano un terreno particolarmente fertile. Solo alla fine dell’Ottocento viene scoperta la vera causa, vale a dire la zanzara anofele.
Nei prossimi mesi vorrei occuparmi delle province di Ascoli Piceno e di Ancona.
E il calendario?
Per il terzo anno consecutivo sto predisponendo un calendario, per fotografare i luoghi meno conosciuti del territorio maceratese. Il fine è puramente estetico e il progetto dovrebbe proseguire ancora per sette anni.