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R’n’R d’annata per i Pearl Jam

12-10-2009

di Francesco Barbabella

I cinque ragazzi superstiti della Seattle anni ’90 hanno aggiunto un nuovo tassello alla loro lunghissima carriera discografica. Di questo nuovo album dei Pearl Jam, tuttavia, poco sopravvivrà al di fuori delle pur grandi schiere di fan del gruppo.
Backspacer è il nono disco da studio della band ed esce a pochi mesi di distanza dalla nuova edizione rimasterizzata del loro primo lavoro, Ten (1991). Nell’arco dello stesso anno, i Pearl Jam sono coinvolti in un testacoda micidiale, che lascia passare questo messaggio: il grunge (e tutto quello che è stato) è meglio incorniciarlo; oggi i Pearl Jam vogliono fare solo un po’ di sano rock ‘n’ roll.

Di certo, Backspacer è l’album più solare della band, che esce dal clima di opposizione politica legata ai precedenti due lavori (Riot Act e Pearl Jam): George Bush non è più il Presidente degli Stati Uniti e all’orizzonte i Pearl Jam scorgono il sereno. Un disco rilassato e variegato, scritto dai reduci di una generazione grunge finita, ora divenuti quarantenni padri di famiglia: degli esordi rimane ben poco oggi.
Forse non a caso, la canzone che più richiama quegli anni è Speed of Sound, una ballata in mid tempo che non sarebbe sfigurata nel repertorio dei Temple of the Dog (l’esperimento musicale che vide coinvolti i Pearl Jam con Chris Cornell e Matt Cameron, allora nei Soundgarden). Nel resto del lavoro non rimane alcuna traccia del sound anni ‘90: l’abile produttore Brendan O’Brien, tanto amato dai Pearl Jam, si fa carico di restituire un suono pulito e molto classico alla band (una tendenza già avvertita negli ultimi due dischi).

Pochi i brani veramente forti che sanno emergere dalla mediocrità di Backspacer, in assoluto l’album più corto del gruppo (appena 37 minuti). Diversi i pezzi carichi di energia positiva, ma le formule sono ampiamente sperimentate: Gonna See My Friend e Got Some sono impennate sonore che pescano a piene mani dagli Who, mentre Supersonic sembra uscita da qualche vecchio Lp dei Ramones e Amongst the Waves si segnala più che altro per un assolo singhiozzante della lead guitar di McCready. Poco da dire hanno anche The Fixer e Johnny Guitar: la prima è un perfetto singolo radiofonico, leggero e liberatorio al tempo stesso; la seconda tiene alto il ritmo con le sue chitarre acide e tempi saltellanti, ma non sbalordisce.

Tra le idee migliori c’è sicuramente la ballata Just Breathe, la quale regala nuova vita alla melodia di Tuolumne, brano scritto da Eddie Vedder per la colonna sonora del film Into the Wild (2007). Di Unthought Known, invece, si può apprezzare il crescendo della voce di Vedder, che va a sfociare in un tipico inno à la Pearl Jam, mentre Force of Nature richiama i tempi di Riot Act e gli U2 da mainstream. A chiudere il disco un assolo struggente del cantante, accompagnato da una chitarra acustica e da un coro d’archi: The End è una splendida chiusura che forse meriterebbe un album più sofisticato e consistente.

Backspacer è un disco intenso e variopinto, ma già sentito. “What were all those dreams we shared those many year ago?”, si chiede Vedder. Il passato è lontano, il grunge è divenuto una reliquia e il futuro del rock non passa sicuramente per i Pearl Jam. I quali si accontentano di scatenarsi ancora per un po’ al ritmo di rock ‘n’ roll.

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