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Paradise Now porta in scena il dramma palestinese

23-12-2008

di Maria Rita Sciarrone

Per il ciclo “Cinema e storia” il 3 dicembre alla Facoltà di Lettere e filosofia, è stato proiettato il film “Paradise Now” di Hany Abu Assad, che racconta le 48 ore precedenti la missione suicida di due giovani palestinesi, Said e Khaled. La proiezione del film è stata introdotta da Daniela Fabrizio, esperta delle realtà mediorientali in età contemporanea.

Il regista - spiega Fabrizio - è un quarantenne nato in Palestina che però ha ottenuto il passaporto Israeliano. Per tale ragione appartiene ad una categoria che da un lato vive il dramma palestinese, dall’altro si sforza di capire le ragioni israeliane”.

Il film è ambientato nella città di Nablus, città palestinese situata a nord di Gerusalemme, al di là del muro che separa i territori israeliani da quelli palestinesi. I due ragazzi si guadagnano da vivere lavorando in un’officina meccanica. Hanno, come tutti i giovani della loro età, sogni e speranze. Credono di poter cambiare le sorti del loro paese e per tale ragione ad un certo punto si votano alla guerra santa. Tra i due, Khaled sembra essere il più motivato. Sua la frase “Non c’è libertà senza lotta. Se non siamo uguali a loro nella vita, lo saremo nella morte”. Khaled affronta invece un dramma interiore, in quanto suo padre è stato giustiziato perché considerato un collaborazionista. Dentro di sé porta la sofferenza di essere stato per tutta la vita figlio di un traditore e per questo motivo vuole liberarsi di questa “colpa”. Ma nelle ore precedenti l’operazione cambia più volte la sua posizione: apparentemente non sembra esserci logica tra il tenere in una mano un testamento biblico e nell’altra un mitra, ma poi è Said stesso a raccontare che si può essere vittima e oppressore. Per lui gli israeliani recitano la parte della vittima, “e anch’io non ho altra scelta che essere vittima e assassino”.


Uno dei messaggi che il regista vuole esprimere è che la causa palestinese, al di là della politica, è una questione sociale” afferma Daniela Fabrizio. E, in effetti, nel film non traspare un punto di vista prettamente politico. Si vede più la realtà di gente disperata, dove attecchisce il terrorismo (termine che i palestinesi rifiutano, preferendo definirla “lotta di liberazione”), come forma di protesta disperata. “Paradise now” significa proprio questo: la liberazione da una condizione infernale e il non essere più disposti ad accettarla. Chi non ha alcuno strumento per combattere e vincere, è disposto ad usare il proprio corpo. “La morte piuttosto che la sottomissione e lottare per la libertà vuol dire a volte morire”.


Per le molteplici chiavi di lettura che offre, questo film ha lacerato tanto la società palestinese, quanto quella israeliana. Ma è anche stato il primo film palestinese ad essere candidato all’Oscar tra le opere straniere. Importante, infine, il ruolo di Suha, giovane palestinese cresciuta all'estero, figlia di un famoso martire della causa, e rimpatriata proprio nel giorno in cui, il suo amico Said riceve la "chiamata". Lei è l’unica che sceglie una via diversa dal martirio, facendo parte di un gruppo per il sostegno dei diritti umani.

Unico limite di questo film è il non lasciare spazio al dialogo, prendendo in considerazione solo le ragioni palestinesi, senza un vero e proprio confronto con “l’Altro”.

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