La foto del mese
Foto di Pixelmatica Macerata

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di Francesco Barbabella
Quadri da stanza è il titolo della mostra gratuita che ha esposto i dipinti provenienti dalla Pinacoteca civica di Macerata e collocati nella Galleria Galeotti fino al 14 settembre. Il tema della mostra sono stati i quadri da stanza, opere poste a ornamento delle dimore private dei nobili maceratesi del Seicento e del Settecento. La mostra è stata intesa dai promotori come una tappa intermedia nella nuova organizzazione dei musei maceratesi, la quale prevede anche la ristrutturazione dei locali dell’attuale Pinacoteca.
Appena entrati, è il bianco luminoso delle pareti che ci ha accolto per primo, immergendoci in un luogo sfacciatamente artificiale. È stato gradevole, però, vedere come il bianco abbracci ogni singola opera e la decontestualizzi, donandole un’aura di unicità. In questo modo, la distanza tra quadro e visitatore è stata proiettata in una prospettiva storica, marcando dei confini temporali, ma, allo stesso tempo, consentendo di entrare nel mondo rappresentato.
Subito apparivano delle nature morte di fronte, mentre bisognava voltarsi completamente (scelta strana per un pezzo forte della mostra) per ammirare il famoso dipinto del napoletano Francesco Solimena Enea e Didone si inoltrano verso la grotta (XVIII sec.), dove i giochi di luce dell’artista esaltano i due protagonisti di questo unico scorcio mitologico della collezione. Interessanti le opere a prevalente funzione paesaggistica del primo ambiente: qui sembrava di assistere all’anacronistica citazione del romanticismo tedesco e di Friedrich nel Paesaggio con cascata attribuito a E. von Bloemen. Lasciando sulla sinistra due scene di battaglia, a tinte scure, si entrava nel secondo ambiente dedicato ai ritratti. Qui, nobili e religiosi vivono immortali e ricordano il potere di secoli addietro: i più interessanti sono sicuramente quello di Monsignor Consalvi (sorpreso, ma neanche troppo, nella lettura di qualche testo di fede), ad opera di Carlo Magini, e quello di Antonio Bonfigli, realizzato dal noto pittore anconetano Francesco Podesti. La costante della mostra sono stati i colori scuri, che permeano i paesaggi e gli sfondi di ritratti e scene. Il terzo e il quarto ambiente avevano una connotazione religiosa, mostrando ritratti di santi (Madonna orante di Giovanni Battista Salvi detto Sassoferrato) e scene di fede (San Pietro visita Sant’Agata in prigione di Alessandro Turchi detto l’Orbetto). L’esempio che può essere portato ad emblema di questa parte della collezione è sicuramente il Cristo alla colonna, opera di autore anonimo del XVII sec., che si ritiene sia la copia di un originale perduto del Caravaggio. Se pure la mostra ha avuto il merito di permettere al visitatore di accedere a opere particolari della Pinacoteca, spaziando dalla paesaggistica alla ritrattistica fino alle scene religiose, è anche vero che i dipinti non sono stati valorizzati da scelte di luce adeguate. I piccoli fari hanno creato differenti punti di vista dai quali ammirare una stessa opera: a distanza di pochi centimetri, la fruizione cambiava notevolmente. Una strategia adeguata per l’installazione delle luci avrebbe permesso una immersione più intima nel percorso di esposizione.