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di Giorgio Cipolletta
"Dialoghi sull’uomo" è il nuovo festival di approfondimento culturale dedicato all’indagine e alla riflessione antropologica e sociologica sull’uomo contemporaneo, promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e dal Comune di Pistoia. In tre giorni, dal 28 al 30 maggio, si sono contate più di 9000 presenze in 20 appuntamenti differenti. Un’affluenza di pubblico davvero straordinaria. Alla manifestazione pistoiese diversi relatori e discipline differenti hanno riempito tre giornate intere con incontri, lezioni, spettacoli e letture.
Filo conduttore e tema fondante di questa prima edizione è stato il problema dell’identità. Una tematica oggi sempre più centrale e urgente. Parlare di identità significa, infatti, parlare di noi e degli altri, che sono altri noi, di razzismi e intolleranze, di democrazia e giustizia, ma anche di Internet, del paesaggio, di letteratura e di quanto contribuisce alla nostra identità culturale. L’altro: dentro e fuori di noi.
Il programma proposto ha visto sul palco, antropologi, sociologi, filosofi, scienziati, pensatori italiani e stranieri che, attraverso un linguaggio sempre accessibile e comprensibile, hanno offerto testimonianze, nuovi strumenti e stimoli per meglio capire la realtà dell’uomo contemporaneo e la società in cui viviamo.
La manifestazione si è aperta con Gustavo Zagrebelsky (presidente della Corte costituzionale e professore all’Università di Torino e docente all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli) che ha fornito un dialogo sulla posizione degli esseri umani rispetto al potere che li governa: quello tra il Cristo e il Grande Inquisitore, sulla libertà e il servaggio, che occupa il capitolo centrale de "I fratelli Karamazov" di Fëdor Dostoevskij. A seguire Marco Aime (docente di Antropologia culturale presso l’Università di Genova) che si è confrontato sul significato di fare antropologia oggi e sulla necessità di interrogarsi sui flussi e sui movimenti culturali, che percorrono l’intero pianeta, attraversando anche la nostra società. L’antropologia, pur utilizzando la sua tradizionale cassetta degli attrezzi, affronta con sguardi nuovi tematiche attuali in cui i noi e gli altri sono sempre meno definiti e distinti. Si è proseguito con Riccardo Luna (direttore di Wired) il quale, ha riflettuto su Internet e la sua silenziosa rivoluzione scientifica e sociale che sta continuamente trasformando il nostro modo di comunicare, comportarci, vivere e produrre. Nel pomeriggio il filosofo Emanuele Severino ha parlato invece, del mito come rimedio contro la morte e il dolore, e della nascita dell’Occidente. Il filosofo si rivolge alla tradizione dell’Occidente (ovvero lo sviluppo di quel rimedio che da ultimo culmina in Dio), che è destinata a tramontare nella critica ad essa rivolta dalla modernità. La prima serata si è conclusa con Moni Ovadia che ha proposto in chiave teatrale la figura del presidente Nelson Mandela, attraverso letture, frammenti poetici, musica e canto, tracciando una mappa degli orrori, riconosciuti o nascosti, guidati dall’idea che l’assunzione di responsabilità accenda il faro della speranza. La seconda giornata si è aperta con Giuseppe Barbera (professore ordinario di Colture Arboree all’Università di Palermo) che ha condotto il pubblico in paesaggi nei quali piante, animali e forme della terra si sono confrontati con i bisogni e i desideri fisici e intellettuali degli uomini, in spazi ben definiti, sempre legati alla casa, al villaggio, alla città, divenendone parte essenziale. Di giustizia, libertà e uguaglianza ha ragionato Amartya Sen, (premio Nobel per l’economia e maestro del pensiero contemporaneo). Il professore ha dichiarato l’esigenza di inquadrare la giustizia a partire dalla realtà concreta, legata all’idea che la giustizia non può essere indifferente alla vita che ciascuno di noi è effettivamente in grado di vivere. A seguire durante la seconda giornata Michela Marzano (docente presso l’Université Paris Descartes ) e Caterina Soffici hanno discusso sulla costante ricerca della propria identità: costumi, modelli, diritti, doveri, consumi, cultura e affetti contribuiscono a formare l’identità più di quanto si possa immaginare. Le due relatrici si sono interrogate sull’evoluzione del concetto stesso di identità femminile nell’Italia contemporanea, sui mutamenti avvenuti nei modelli tradizionali, la donna madre e/o la donna emancipata, in particolare sull’influenza che i modelli veicolati dalla pubblicità e dai mass media hanno sull’identità di genere: dalla femme fatale alla soubrette, dal velinismo politico, al transgender.
A seguire, Andrea Moro, dottore di ricerca in Linguistica a Padova, ha posto nuove domande sul rapporto tra cervello e linguaggio, mentre Francesco Remotti (docente di Antropologia culturale ed Etnologia dell’Africa presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino) ha tenuto una lezione sull’identità, come fattore e segno di impoverimento culturale, forse una riedizione più attuale, seducente ed accettabile, e quindi più subdola, di razzismo. Luciano Canfora, invece, ha lanciato la sfida a favore di una libertà intellettuale, di una indipendenza della ricerca e del diritto degli uomini alla verità contro ogni forma di oscurantismo. Emanuele Trevi con Fabrizio Gifuni hanno insieme offerto tutti i potenti simboli dell’alterità disseminati in tutta l’opera di Conrad. A concludere la giornata Gian Antonio Stella con Gualtiero Bertelli hanno inscenato uno spettacolo sulla società contemporanea, con il dilagare dell’odio in Internet, i cori negli stadi contro i giocatori neri, i pestaggi dei disabili, le avanzate in tutta Europa dei partiti xenofobi, gli omicidi di clochard e contemporaneamente l’ingresso alla Casa Bianca del primo presidente nero. Un racconto per musica, canto e immagini sul sempre più difficile rapporto tra noi e gli altri. L’ultimo giorno si è aperto con Massimo Montanari (docente di Storia medievale e Storia dell’alimentazione presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna) che ha consegnato al pubblico un approccio del tutto speciale, in chiave enogastronomica, sul tema scottante delle identità culturali. Punto di partenza, un piatto di pasta, metafora dell’universo culinario in cui la nostra vita quotidiana è immersa. Guido Barbujani attraverso il dna degli etruschi e le tradizioni della terra toscana ha cercato di stabilire un legame e un confronto. Olivier Roy (direttore degli studi all'École des Hautes Études en Sciences Sociales), ha proseguito, sul tema religione confrontandolo in due diverse direzioni, sia come contrassegno di un’identità, sia come indice di fede. Maurizio Bettini, (insegnante di Filologia classica all’Università di Siena), ha continuato fornendo riflessioni su Mitologie e teorie filosofiche con il sospetto che possano esistere dei veri e propri “doppi diacronici”: io sarò forse l'altro?. Nel pomeriggio l’antropologo francese Jean-Loup Amselle, ha proposto un’ulteriore lettura della tematica identitaria, basata sulla metafora delle connessioni, intese nell’accezione informatica, che spiega come le comunità costruiscano le loro identità locali, connettendosi a significanti e valori globali. Edoardo Boncinelli, fisico e genetista, ha cercato invece, di coniugare destino biologico e destino culturale. Hanno terminato le tre giornate pistoiesi Emanuele Trevi e Sonia Bergamasco che insieme hanno fornito una suscitante revisione di Philip Dick e i suoi racconti e i personaggi non-umani, come gli androidi di Blade Runner, ponendo una riflessione sull’ultima metamorfosi dell’umano e su un’alterità tanto più minacciosa quanto più scaturita dall’interno della specie, dalla sua evoluzione.
Un nuovo festival di approfondimento culturale è quello che si è tenuto nella deliziosa città toscana, dove si è proposto uno sguardo diverso sulle società umane, ponendo a confronto esperti di diversi ambiti in un colloquio che ha travalicato i confini disciplinari e proposto nuove letture del mondo che ci circonda.