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Lo splendore del Barocco maceratese

12-09-2010

di Francesco Barbabella

È stata inaugurata lo scorso 24 luglio la mostra “Meraviglie del Barocco nelle Marche. 1. San Severino e l’alto maceratese”. Si tratta di un’esposizione che vuole far emergere l’impronta del Barocco nella nostra regione nel XVII secolo, nonché il contributo dato da artisti e committenti locali allo sviluppo artistico di questa corrente.

Come sottolinea il curatore della mostra Vittorio Sgarbi, infatti, non solo le Marche hanno attratto alcuni dei più grandi maestri dell’epoca (Guercino, Gentileschi, Pomarancio o Caravaggio), commissionando loro importanti opere, ma gli stessi artisti locali hanno dato nuova linfa al Barocco e creato capolavori di assoluto rilievo. Nelle intenzioni degli organizzatori, la mostra costituisce solo il primo passo in un piano generale di riscoperta dell’arte seicentesca nelle Marche, che dovrebbe realizzarsi attraverso nuove mostre nelle altre province marchigiane.

L’itinerario della mostra di San Severino Marche si articola in tre strutture. La principale è il Palazzo Servanzi Confidati, il quale ospita la maggior parte delle opere in esposizione. Molte opere sono state restaurate proprio in occasione della mostra grazie al finanziamento di enti pubblici e privati. L’allestimento comprende artisti nazionali e internazionali attivi nella provincia di Macerata nel ‘600.
Tra gli stranieri, si possono ricordare lo “Sposalizio di Maria Vergine” di Horace Le Blanc, “San Giovanni Battista” e “San Girolamo” di Jean Valentin de Boulogne, nonché il candido ritratto della “Madonna Immacolata” dell’olandese Ernst Van Schayck, nel quale una Maria pallida ed eterea, quasi consumata dal suo ruolo, si erge tra i suoi fedeli.
Tra gli italiani, colpiscono per l’uso preponderante di chiaroscuri Andrea Boscoli e lo Scarsellino, la cui “Santa Lucia” si estranea dall’ombra che l’avvolge tutt’intorno. Altri dipinti, come la “Incoronazione della Vergine con i santi Carlo Borromeo e Ubaldo” di Alessandro Turchi (detto Orbetto), puntano sulla rottura della prospettiva, facendo acquisire un proprio volume ai personaggi.
Ne “Il martirio di San Bartolomeo” di Cerano c’è tutta la disperazione della carne, l’umanità della sofferenza nell’estremo sacrificio del santo. Un tema, quello della sofferenza, comune anche al “San Sebastiano curato” di Giovan Francesco Guerrieri, il quale esprime anche una grande personalità nell’uso del chiaroscuro nel “San Pietro liberato dal carcere”.
Tratti più moderni (quasi da “graphic novel”, si potrebbe osare) sono rinvenibili nel “San Francesco d’Assisi, sant’Antonio da Padova e san Bonaventura da Bagnoregio” dell’anconetano Andrea Lilio, in cui i tre santi sono ritratti ciascuno con i propri caratteri distintivi. Del camerte Paolo Marini, invece, è uno dei pochi temi classici della mostra, che non attinge dalla tradizione religiosa ma dalla storia antica: il suo “La regina Tomiri fa immergere nel sangue la testa di Ciro” risalta le gradazioni di rosso che avvolgono l’opera, quasi fosse imbevuta essa stessa di sangue.
Uno dei pezzi forti della mostra è sicuramente l’opera attribuita a Caravaggio, il “San Francesco riceve le stimmate”, in cui il santo sembra illuminato dall’alba di un nuovo giorno e sottratto alle tenebre circostanti grazie anche al supporto di un angelo. Ad accompagnare questa tela vi sono inoltre tre copie di dipinti del Caravaggio (“San Francesco in estasi”, “Beato Isidoro Agricola” e “Cristo alla colonna”) opere di artisti locali.
Presenti anche capolavori del Pomarancio quali “La Madonna del Carmine consegna la scapolare a san Simone Stock” (custodita a Corridonia), “Crocifissione con i santi Eutizio e Spes” (Preci) e “Apollo” (Foligno). Di carattere epico è la tela di Orazio Gentileschi “Santa Francesca Romana riceve il Bambino dalla Madonna”, con i suoi colori vivi e le luci grandiose. Tra le sculture, si fanno notare il “Busto di Urbano VIII” di Gian Lorenzo Bernini e quelli attribuiti a Lazzaro Morelli, scultore nato proprio a San Severino.
Chiudono l’allestimento di Palazzo Servanzi Confidati opere di impressionante impatto visivo, come la “Santa Palazia” del Guercino, “La transverberazione di santa Teresa” di un ignoto pittore emiliano e “La tempesta sedata” di un anonimo marchigiano allievo di Pomarancio.

Per la seconda tappa della mostra bisogna visitare la Chiesa di Santa Maria della Misericordia, proprio sotto la torre dell’orologio di San Severino. In questa sede, la parte del leone la fanno gli artisti marchigiani come Cipriano Divini (San Severino) e Rondolino (Pesaro).
Importanti anche le opere di Paolo Marini (Camerino): la “Gloria del nome di Gesù” è un inno policromo alla grandezza divina, mentre la “Crocifissione di Serrapetrona” è totalmente incentrata sulla morte e il sacrificio. Da segnalare anche la “Crocifissione”, copia da un lavoro di Scipione Pulzone, e il “Trasporto del corpo di san Severino”, paliotto in cuoio dipinto di Giulio Lazzarelli (San Severino).

L’ultima location della mostra è costituita dalla Pinacoteca Civica “P. Vecchi Venturi”. In realtà, presso la Pinacoteca solo un’ultima stanza è dedicata al Seicento. La collezione permanente, infatti, permette di ammirare vari libri e stampe antichi (primo piano), nonché una rassegna dell’arte locale a partire dal ‘300 (secondo piano): oltre a sculture lignee e affreschi del XIV-XV secolo, sono conservati lavori dei fratelli Salimbeni, un polittico di Vittore Crivelli, la “Madonna della Pace” del Pintoricchio e la “Deposizione nel Sepolcro” di Bernardino di Mariotto (XVI sec.). Nell’ultima stanza sono esposte alcune opere del XVII secolo, tra cui vari arredi liturgici e un coro ligneo ad opera di Nicola Indivini.

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