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di Tiziana Sagretti
E' stato presentato nella sala del Consiglio della Provincia di Macerata il libro “L’anno del leone” direttamente dai suoi autori Matteo Brunamonti ed Antonio Gentilucci, entrambe allenatori di squadre giovanili di basket.
La sala del Consiglio, già bella di suo, era arricchita dalla presenza di giovani e giovanissimi giocatori dell’Associazione basket maceratese, dei quali non ci importa sapere quanto siano famosi, non ci interessa il loro posto nella classifica o quante medaglie e coppe hanno conquistato. La cosa più importante è che tutti questi ragazzi vincano la più importante e bella competizione, quella con se stessi e con la propria vita. Questo, molto succintamente, il messaggio del lavoro di Matteo e Antonio, che hanno voluto dare a tutti i giovani sportivi un messaggio contro-corrente, impopolare, che non arricchisce il portamonete, ma il cuore.
A rendere ancora più prezioso l’evento, la presenza di Luciano Latini, primario del reparto di oncologia dell’Ospedale di Macerata che ha presentato le iniziative intraprese dall’Associazione Oncologica maceratese, per rendere più serena, piacevole e vivibile la difficile vita dei malati e dei loro familiari. All’Associazione sarà devoluto parte dell’incasso della vendita del libro.
Ho chiesto agli autori di parlarci della loro esperienza e delle motivazioni che li hanno spinti a scrivere un libro.
“Parlare della nostra esperienza come allenatori di squadre giovanili sembra facile. Chi non parla dei giovani oggi? Quale sociologo non discetta sui loro comportamenti, pretendendo di fornirne la chiave d’accesso? Quali presunti idoli (pompati da media sempre più “anziani”) non si ergono a rappresentanti del mondo giovanile? Quale politico non annuncia ai quattro venti di lavorare per i giovani? E soprattutto, quale moralista non sale sul piedistallo per far la paternale? Tutto sembrerebbe ruotare intorno a loro.
Ma si parla dei giovani, o ai giovani, o piuttosto per conto dei giovani? Forse la terza opzione è quella giusta. Come il vecchio Voltaire diceva: “Tutto per il popolo, niente dal popolo”. I ragazzi si trovano nella paradossale condizione di essere spesso al centro del logorroico sproloquio mediatico, spesso sotto accusa, senza trovare altrettante persone disposte a mettersi semplicemente in ascolto. “I giovani d’oggi hanno tutto, non hanno ideali e sono interessati solo al telefonino”. E’ proprio quello che si vuole. La situazione economica esigeva che i nostri nonni, a loro tempo, smettessero di andare a scuola presto per iniziare a lavorare.
Oggi l’economia chiede ai giovani un ruolo diverso, quello di sfrenati e amorali consumatori, e a questo vengono educati fin da bambini. Ma c’è veramente tanta differenza tra quella giovinezza rubata e questa? C’è un bambino prodigio negli Usa, che ha otto anni, e già si prospetta per lui un futuro da novello Jordan nel basket. Ha dichiarato: “Voglio andare nell’Nba per fare un sacco di soldi”. Otto anni, e già gli hanno rubato il piacere di giocare, e l’innocenza. Noi non abbiamo tratto dalla nostra esperienza di allenatori di ragazzini ed adolescenti nessuna verità assoluta. Ma alcune cose possiamo dirle.
Abbiamo accettato di allenare perché volevamo trasmettere loro l’amore per lo sport e per questo gioco. Credevamo, e crediamo, che le passioni vadano nutrite e non diluite. Ci piaceva vedere questi nostri allievi passare il pomeriggio al campetto piuttosto che al bar o in un centro commerciale, accettare di soffrire per aver giocato poco, gioire per un canestro fatto, “spomparsi” per portare a casa una vittoria, sognare grandi palcoscenici, litigare per avere il pallone, ma anche imparare a passarlo al compagno libero.
Di errore in errore, abbiamo imparato anche noi molto: abbiamo imparato che per un bambino un bel canestro è meno importante dell’attenzione che gli dedichi quando vuol raccontarti qualcosa. Che l’adolescente chiede a te severità e schiettezza, e lo stesso impegno che si pretende da lui: “chiede” di essere educato, ma esige che tu abbia dedizione e rispetto. Se i ragazzi sono a volte spietati tra di loro e con gli adulti, è solo perché ancora non hanno quell’involucro di ipocrisia che dovranno cucirsi addosso più avanti.
E cosa ci resta? Il piacere di vederli anni dopo, maturati, e pensare che abbiamo avuto una parte, anche piccola, nella loro crescita. E la conferma che avevamo visto giusto: se hanno un grande amore, una passione forte che può essere giocare a basket o fare musica, e crescono con essa, sarà difficile rubare loro la giovinezza.
Volete essere educatori? Volete essere insegnanti? Volete provare a capire meglio chi eravate e chi saranno i vostri figli? Un solo consiglio, leggete questa storia senza filtri e senza ipocrisia, fatta di ironia e desiderio, di passione e di rispetto, di guerra e di amore!”.