La foto del mese
Foto di Pixelmatica Macerata

| Home | In Evidenza | In Ateneo | Costume e Società | Cultura e Spettacolo | Scienza e Tecnologia | Viaggi ed itinerari | Sport |
di Deborah Di Carlo
Libertà, diritti fondamentali, sogni, progetti di una vita migliore, tutte bellissime cose, ma, per alcune persone, solo parole. Parole al vento, concetti stroncati alla dogana della prostituzione. Il sogno di una vita dignitosa diventa l’incubo di un posto sul marciapiede. La benedizione di avere un figlio diventa un problema di cui sbarazzarsi. Questa purtroppo la vita di molte donne, questa la storia di tante ragazze, raccontata nel libro “Schiave” di Anna Pozzi ed Eugenia Bonetti. Donne che dopo aver abbandonato l’incubo della miseria, delle violenze in famiglia vissute nel loro paese d’origine, si ritrovano in Italia. Nella nostra ridente Italia, quella del buon cibo, dei monumenti storici, delle città d’arte, della gente cordiale, ma molte di loro di tutto questo non vedranno mai nulla: moriranno prima, in uno squallido appartamento di qualche sobborgo cittadino o del centro città, dov’è più facile la prostituzione in door, magari accanto alla piazza principale dove nei weekend tante famiglie passeggiano felici, ignare di ciò che accade dietro quelle finestre sempre chiuse, quelle serrande sempre abbassate.
Un libro, questo, che ha tanto da raccontare, tanto da rivelare, stralci di testimonianze da far venire i brividi come quella di Natasha, ragazza albanese: “A volte non sai più chi sei. Specialmente quando i clienti ti maltrattano o ti derubano. E le prendi da loro e magari anche dal tuo protettore. Vorresti fuggire, ma non sai dove andare. Ti senti un oggetto che gli altri usano. Per i loro bisogni o per fare soldi. E tu ti ritrovi sola; tu e quella strada. I soldi, la casa, la macchina, il lusso che sognavi… Tutto questo è sempre e solo per gli altri. E ti ritrovi sola. Tu e la strada. Nient’altro che quella.”
Questa è solo una delle molteplici storie di donne, a volte ancora bambine, che vengono portate in Italia con l’illusoria convinzione di una vita nuova, un lavoro dignitoso con cui magari mantenere la famiglia lontana e poi trascinate sulla strada a soddisfare i piaceri sessuali altrui. Non hanno alcuna possibilità di scelta, perché devono pagare il debito contratto per il viaggio e i documenti sempre falsi. Non sono degne di spiegazioni e, se si azzardano a chiedere cosa succede, vengono picchiate, e violentate. Storie di vita, storie di donne, di ragazze a volte troppo speranzose nel sentimento di un uomo che promette loro amore eterno con corredo di vita serena e felice, ma che poi le intrappola in una stanza e le lascia stuprare da un gruppo di uomini che le trasforma in merci sessuali.
Un racconto, più che una storia, una storia più che un’indagine, pezzi di vita segnata dal dolore, e dalla paura che si trasformano irrimediabilmente in vergogna. Ma vergogna per cosa? Per il loro vivere sulla strada, per il loro essere costrette a prostituirsi, per essere vittime di un traffico internazionale gestito dalla camorra, dalle mafie come quella albanese, russa, nigeriana, cinese? Vergogna e paura di chiedere aiuto, timore di fidarsi di qualcuno, giacché sono istruite a non fidarsi delle compagne che fungono da guardie carcerarie. L’esperienza di Suor Eugenia Bonetti e dei suoi centri d’accoglienza dimostra proprio questa difficoltà nell’avvicinare le ragazze, che nella maggior parte dei casi non conoscono la nostra lingua. Quando, però, riescono ad accettare un po’ d’aiuto, sono accolte e curate, almeno delle ferite esteriori, dei segni di violenza e della riduzione in schiavitù; per quelle più profonde, quelle dell’animo, nessuno sa quanto tempo ci vorrà per farle guarire. Ma sono così evidenti che anche il solo pensarci è tremendo e straziante. Possono passare anche dei mesi prima che queste ragazze, per così dire “salvate”, riescano ad alzarsi dal letto, passano anni prima che possano tornare anche solo a guardare con serenità i loro figli. I figli, povere creature, generati da uno stupro, durante l’attraversamento nel deserto, da una violenza del protettore. Figli che le madri amano, sempre e comunque e da cui mai vorrebbero separarsi, anche se spesso sono costrette a farlo; pur di non abortire, a volte preferiscono addirittura suicidarsi e porre fine a tutte le sofferenze patite. Madri e figli che non vedranno mai uno sprazzo di felicità.
Nel libro sono analizzate i diversi modi di “adescamento” e repressione utilizzate dalle diverse mafie, come quella albanese. Come racconta Eriona: “Ogni volta che devo descrivere mi viene da piangere. Vedo le mie unghie. Sono verdi. È stato lui a ridurmele così. Non volevo prostituirmi, così mi picchiava e mi strappava le unghie. Ma io non cedevo, così siamo venuti in Italia. Lui era sempre più violento. Mi ha fatto stuprare dai suoi amici. Non ce la facevo più e sono finita in strada. Ero terrorizzata e solo grazie ad alcuni operatori sociali ho trovato il coraggio di uscirne e denunciare”. Le ragazze nigeriane, invece, sono soggiogate dai riti voodoo cui sono sottoposte prima di partire e con i quali si fa credere loro che, se non obbediranno, il loro spirito si vendicherà su di loro e sulle loro famiglie.
Ricordiamo sempre che le belle canzoni che ascoltiamo sull’Africa e che accompagnano la nostra estate non rispecchiano sempre la realtà, che il nostro professarci Single Ladies a volte non ha molto senso, soprattutto di fronte a queste tragedie di vita. Dirsi indipendenti ed emancipate è comodo e facile nella nostra posizione di ragazze medio-borghesi della ricca società occidentale, dove nonostante le difficoltà, i sogni sono ancora realizzabili. Certo non lo è per chi ha visto il suo sogno scivolare via dietro la macchina dell’ennesimo cliente.
In poco più di 250 pagine le autrici riescono con occhio attento e discreto a descrivere una realtà complessa e sfuggevole, analizzando dati e risoluzioni internazionali alla luce di un problema che diventa sempre più imponente e che dobbiamo osservare con uno sguardo più attento e sensibile.