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di Claudia Zavaglini
Il Teatro dell’Aquila di Fermo, nell’ambito della Stagione di prosa 2009/2010, ha ospitato la messinscena de La tempesta di Shakespeare, nell’adattamento e per la regia di Andrea De rosa. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile di Napoli, in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro Eliseo, è in tournée da novembre ed ha toccato città come Modena, Bari, Roma, Genova e Torino, nonché, subito dopo la tappa fermana, Ancona e in seguito Fano.
La tempesta (1611-1612) è tradizionalmente ritenuta la penultima opera teatrale del grande drammaturgo inglese e fa parte delle cosiddette “commedie romantiche”; in particolare, oltre che dalla tipica storia d’amore e di avventura a lieto fine, è caratterizzata da un’ambientazione esotica: la vicenda si svolge, infatti, in un’isola sperduta. Si tratta forse dell’unica pièce shakespeariana in cui sono rispettate le tre unità aristoteliche di luogo, tempo ed azione.
Attraverso la Tempesta, Shakespeare si interroga sulla natura della forza nelle relazioni sociali ed umane; la pièce si potrebbe anche leggere come una metafora del colonialismo, lettura verso cui spingono i molti riferimenti al Nuovo mondo e ai nativi, nonché la stessa figura di Calibano.
Se volessimo dar credito a questa lettura, Prospero sarebbe il colonialista che, preso possesso dell’isola, rende schiavi i suoi abitanti; Calibano, sarebbe invece il nativo visto con occhi europei, a tutti gli effetti un selvaggio, e fin dal nome: anagramma di cannibale. D’altra parte però, Prospero è anche una sorta di “capocomico”, regista della pièce, di cui controlla gli eventi grazie alle sue doti magiche, nonché, quindi, alter ego del vero autore, Shakespeare, soprattutto nella parte finale, quando rinuncia alla magia e lascia l’isola, proprio come il drammaturgo inglese, con La Tempesta, stava dicendo addio alle scene, prima di ritirarsi a Stratford.
L’adattamento di Andrea De Rosa, in primo luogo, riduce notevolmente il numero dei personaggi, così come taglia, ad esempio, la scena iniziale a bordo del vascello e ambienta la pièce da subito sull’isola: una scatola chiusa in cui i naufraghi vagano senza meta, sperduti e come trattenuti dalla magia di Prospero (un monumentale Umberto Orsini) che, attraverso lo spirito Ariel, controlla tutti gli avvenimenti. I temi della vendetta, del perdono, della morte, della schiavitù, della libertà sono trattati dal regista alla luce dell’illusione e del sogno. Una delle chiavi di lettura di questa riduzione drammaturgica, è, paradossalmente, proprio l’assenza di una sola chiave di lettura, così che l’opera teatrale si pone come “opera aperta”: “La tempesta somiglia ad un labirinto. Come in una casa di specchi, ogni volta che intravedi una via d'uscita, essa si rivela essere dalla parte opposta a quella che avevi immaginato. Come in un miraggio o in un sogno, ogni volta che provi ad afferrare qualcosa, l'oggetto su cui credevi di aver messo le mani si dilegua. Finché capisci che ciò che conta non è l'uscita e che non c'è nulla da afferrare. Stare ad ascoltare le domande che il testo ti pone e restarci dentro (restare dentro alle domande, al labirinto) è l'unica via”.