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di Cristiana Lauri
“Io non sono un docente di musicologia, ma sono solo un appassionato”. Si è presentato con queste parole Carlo Bonanni, voce e chitarra del gruppo “Carodeandrè” che si esibirà stasera alle ore 21 in Piazzale Vittorio Veneto nell’ambito di Unifestival. La conferenza di presentazione, organizzata da Edoardo Postacchini con il supporto della lista Obiettivo Studenti, ha visto l’aula A della facoltà di lettere e filosofia gremita di studenti esperti ed amatori della musica del grande Fabrizio de Andrè.
La storia di una passione
“La passione per De Andrè nasce dalla mia storia. Sono nato in un borgo di duecento anime, Moresco (Fm), in cui gli unici diversivi per un ragazzo erano dare la caccia alle lucertole lungo le strade polverose e calciare un pallone contro un muro. Poi la scuola e lì iniziano i primi amori. Se ti imbatti per caso in canzoni come “Città vecchia” o “Valzer per un amore” ecco che sei sicuro di aver trovato nell’autore di queste poesie il vero amico di sempre, l’unica persona che è riuscita a scavare nella tua vita sulla scia delle sue note. È come se avesse inciso l’impronta della tua vita insignificante. Questo ha fatto di De Andrè il mio guru personale. De Andrè va vissuto in maniera personale”. Con queste splendide parole che coinvolgono da subito gli uditori Bonanni ha raccontato la sua passione per l’artista.
In un dei video proiettati per l'occasione anche il regista Wim Wenders rivela la sua attenzione per De Andrè e il suo grande sogno di realizzare un concerto a New York in onore di “uno dei grandi poeti del Novecento”. Forte è stato l’accento sulla canzone “Creuza de ma” (1984) scritta in una lingua “che i genovesi di oggi neppure più capiscono” come rivela in un video il suo autore. Alla base di questo testo vi è, oltre al sentimento di nostalgia, la riscoperta di quel linguaggio carico di termini di importazione arabo-turca e l’utilizzo di strumenti musicali ormai rari come ad esempio il bouzouki greco.
L’attenzione di Bonanni si è spostata poi sull’opera “Anime salve” (dedicata ad Ivano Fossati) e sul concetto di solitudine che ne è alla base. “Ho visto Nina volare” è una delle canzoni più significative. In un’intervista Nina Manfieri, amica di infanzia del giovane De Andrè, ricorda con commozione le esperienze e la semplicità quotidiana vissute con l’artista.
Un poeta anarchico
“È difficile lanciare aforismi, ma De Andrè li usava spesso” prosegue Bonanni. De Andrè stesso rivelò di aver avuto poche idee “ma in compenso fisse”. “Vi è ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore” pensava De Andrè. “Io non ho una verità assoluta o la certezza in tasca. Già è tanto se riesco a regalare qualche emozione”.
Si è parlato poi dell’arte della traduzione, ritenuta da De Andrè importante nei momenti di scarsa ispirazione. “Tradurre è umiltà”. De Andrè si dedicò molto alla traduzione dei testi di altri autori, con particolare attenzione a Leonard Cohen, sottolineando la sua predilezione per una traduzione “infedele ma bella”.
Bonanni ha chiuso soffermandosi sulla dimensione sociale, a tratti, “anarchica” della poetica di De Andrè. In un video l’autore esprime la sua partecipazione al lutto degli Indiani d’America, sterminati dopo lo sbarco di Cristoforo Colombo, intonando poi le note della sua celebre “Fiume Sand Creek”.
Domande e non risposte
“Mi hanno fortemente colpito il ritmo e l’armonia insiti nei brani di De Andrè” ha concluso l’incontro Edoardo Postacchini. “La sua poetica è sconvolgente per semplicità e naturalezza nell’affrontare il desiderio, l’amore, la morte”. De Andrè riesce a trasmettere un senso di umanità ed è questo che lo rende non solo un bravo artista, ma un artista che ha lasciato il segno. “Come ogni grande poeta non pretende di dare risposte. La sua ricchezza più grande sta nel ricordare le domande di ognuno”.