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di Claudia Zavaglini
La stagione di teatro classico al Teatro Romano di Falerone è stata aperta, il 25 luglio, dalla Medea di Euripide, per la regia di Maurizio Panici. Lo spettacolo è stato prodotto da Associazione Teatrale Pistoiese, Argot Produzioni e Teatro dei due Mari.
La celebre tragedia euripidea può essere considerata l’archetipo cui fanno capo tutte le successive variazioni del mito di Medea. Il dramma si svolge a Corinto, dove la protagonista è abbandonata dal marito Giasone, il quale ha accettato di sposare la figlia del re Creonte. Medea non riesce ad accettare che l’uomo che amava abbia rotto tutti i giuramenti, sia venuto meno a tutte le sue promesse e per di più accampi assurde motivazioni per giustificare il nuovo matrimonio: da qui la meditazione della vendetta, una vendetta tanto più atroce in quanto con l’uccisione non solo del re e della principessa, ma anche dei figli condanna all’infelicità non soltanto Giasone ma la protagonista stessa.
La tragedia, nella traduzione e nell’adattamento di Michele di Martino e Maurizio Panici, è stata interpretata da Pamela Villoresi nei panni di Medea e da David Sebasti in quelli di Giasone.
Il regista ha scelto di puntare particolarmente l’attenzione sul ruolo della donna, tendenza già euripidea. Una delle peculiarità del grande drammaturgo greco è, infatti, proprio la focalizzazione dello sguardo non tanto sul rapporto tra l’uomo e la divinità (Giasone alla fine invoca gli dèi, ma la divinità rimane muta), quanto su ciò che si scatena dentro l’uomo, sul conflitto insanabile che può alimentarsi dentro di lui. Medea rappresenta emblematicamente questo conflitto e allo stesso tempo si fa voce critica nei confronti della condizione sociale femminile, descritta in modo affatto anacronistico.
Il regista ha, inoltre, optato per un’assimilazione di due interlocutori che nella tragedia rimangono distinti, il coro e il pedagogo, forse portando all’estremo una predilezione che era già di Euripide. Il tragediografo greco, infatti, aveva dato, almeno rispetto ai suoi predecessori, molto più spazio alle parti dialogate che non al coro, vuoi per favorire il dibattito delle idee, vuoi per dare spazio ai monologhi della protagonista, emblematici di come oramai il dramma si sia spostato definitivamente all’interno dell’uomo: non abbiamo più due personaggi “risoluti” in conflitto (si pensi a Creonte ed Antigone) ma un solo personaggio “conflittuale”, dubbioso, insicuro.
Se Medea è già una sorta di moderno Amleto per la conflittualità che la contraddistingue e la allontana dalla risolutezza dei protagonisti classici della tragedia greca, Giasone è invece un uomo essenzialmente orientato su se stesso che pensa di poter giustificare le proprie scelte con le parole. Infatti, come scrive Panici nelle note di regia, “raccontare ancora una volta Medea è narrare da un lato quanto le passioni possano essere devastanti se non controllate, ma dall’altro come gli uomini, attraverso sofisticati ragionamenti, giustifichino scelte di comodo per il raggiungimento di una posizione sociale più alta all’interno di una comunità”.