La foto del mese
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di Claudia Zavaglini
Anche quest’anno l’Anfiteatro romano di Urbisaglia fa da cornice, certamente molto suggestiva, agli spettacoli della stagione di teatro classico antico. Il 23 luglio ha ospitato la favola di Amore e Psiche, tratta dall’Asino d’oro di Apuleio.
La strada che corre pochi metri più in là dell’anfiteatro viene chiusa al traffico e, così, arriva il silenzio. Le nuvole si diradano. Nella sera che s’inoltra iniziano ad apparire timide le stelle. La gente entra e si ritrova così ad aspettare l’inizio dello spettacolo seduta nello stesso posto che anticamente era teatro di altre esibizioni, forse, però, avvolta dalla stessa aria d’estate, con le stesse stelle sopra. Tutto intorno, il tempo, ciò che rimane di ieri; sopra, il cielo, l’eternità, ciò che com’era allora è oggi. Ecco, lo spettacolo inizia: viene messa in scena, per la regia di Renato Giordano e André De La Roche, la favola di Psiche, quella fanciulla innamorata e curiosa che non seppe restar fedele alla promessa fatta a Cupido, lo guardò, lo perse, pur disperata lottò e riuscì infine a divenire anche lei una dea, a unirsi all’amato per sempre. Si alternano, nel corso dello spettacolo, scene recitate, principalmente da Piero Caretto e Peppe Barra, coreografie e parti cantate per una rivisitazione della favola di Apuleio originale e in qualcosa bizzarra, ma d’altronde Baudelaire scriveva che il bello nell’arte è sempre bizzarro; una rivisitazione che spalanca le porte al dialetto napoletano, nonché a momenti di ironia e comicità e che deve senz’altro il suo successo anche al sapiente uso di musica, recitazione e danza, grazie alla collaborazione tra la Compagnia Mario Chiocchio e il Balletto di Roma e anche alla partecipazione, accanto ai protagonisti principali, di Francesca Nunzi e Francesca Marini L’applauso finale suggella il successo, le luci si riaccendono, la gente va via: è questo, come in tutti i sogni, il risveglio. In fondo ogni manifestazione dell’arte ha in sé quello che è dei sogni: portare lontano, oltre la vita, perché, come scriveva Fernando Pessoa, “La letteratura, come tutta l'arte, è la confessione che la vita non basta”.