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di Claudia Zavaglini
Letizia Pellegrini, docente di Storia del cristianesimo e delle chiese dell’Università di Macerata, ha tenuto un seminario sul caso di Matteuccia di Francesco, bruciata a Todi il 20 marzo 1428, tentando di dare una sua personale risposta alla domanda introdotta dal titolo: un processo di stregoneria?
La professoressa Pellegrini si è soffermata dapprima su un documento, compilato da un notaio e inerente la sentenza di condanna emessa dal capitano del popolo ad esito di un processo civile. Non si tratta di un processo di inquisizione, ma di un processo di tipo inquisitorio, non innescato da una denuncia, ma aperto sulla base di indizi, tra cui la cattiva fama di cui l’imputata godeva e che da sola bastava per aprire un procedimento d’ufficio.
Nel documento non ci sono riferimenti alle prove, ma vengono specificate le circostanze in cui Matteuccia di Francesco operava, le vittime dei suoi interventi, i modi che usava, gli scopi, gli oggetti di cui si serviva. Stando al documento, Matteuccia guariva da malattie sia psicologiche che fisiche, trasferendo il male agli elementi della natura, dunque spostandolo soltanto, quasi nella consapevolezza che non potesse essere eliminato. Come fattucchiera, servendosi principalmente di preparati, faceva soprattutto “fatture d’amore”, ma era capace altresì di scioglierle.
In qualità di strega, infine, Matteuccia partecipava alla riunione delle streghe (Sabba), praticava infanticidi, era legata in qualche modo a Lucifero, aveva la capacità di trasformarsi in gatta e preparava e assumeva unguenti satanici. Matteuccia svolgeva quindi tre attività: quella di guaritrice, per cui si prestava ai propri clienti soltanto a fin di bene; quella di fattucchiera, con cui danneggiava altri per fare il bene del proprio cliente; e infine quella di strega, soltanto dannosa.
La professoressa Pellegrini ha, quindi, delineato le coordinate spazio–temporali entro cui la condanna si è verificata, al fine di metterne in luce le ragioni meno palesi. In particolare, la riflessione si è concentrata sul significato che ebbe per la cittadina di Todi la condanna al rogo di una strega, che peraltro operava a Ripabianca, e non direttamente a Todi, e sul perché Matteuccia, attiva dal 1420, sia stata condannata soltanto nel 1428.
Al fine di mostrare come non si possa parlare di processo di stregoneria e come l’attività di strega di Matteuccia sia stata presa solo a pretesto, la docente ha fatto riferimento in particolare a tre eventi: la morte nel 1424 del signore dell’Umbria, Braccio da Montone; il conseguente tentativo di Papa Martino V di recuperare la città di Todi, e la predicazione osservante di Bernardino da Siena, autorizzata dallo stesso Papa e avvenuta a Todi nel 1426.
Molti storici credono che Matteuccia sia stata bruciata per la predicazione di Bernardino, alla quale fece seguito l’inserzione negli statuti di rubriche bernardiniane, tra cui la pena per coloro che eseguivano incantesimi e fatture. La professoressa Pellegrini, invece, ritiene che il rogo sia stato in realtà simbolico, soprattutto per cancellare il passato politico di Todi, legato a Braccio da Montone; inoltre, ha affermato che non si può parlare di un precedente della caccia alle streghe né di processo di stregoneria, tanto perché la condanna è avvenuta nel 1428 – mentre la figura della strega viene delineata all’incirca negli anni 80 del 400 - tanto perché si inserisce appieno in un processo politico volto alla restaurazione e mirante alla damnatio memoriae di Braccio da Montone: processo del quale il rogo è elemento propagandistico, tappa spettacolare.