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di Marco Fiori
Negli ultimi dieci anni, sulla scia soprattutto del triplice, multimediale successo di “Romanzo criminale” (libro, film, serie televisiva), si è assistito ad un fiorire di pubblicazioni sulla famigerata “Banda della Magliana”, controverso sodalizio criminale capitolino che, a far data dal 1977, si è intrecciato con diversi misteri d’Italia, come i casi Moro, Pecorelli, Emanuela Orlandi, solo per fare tre esempi. La ragione di questa fortuna “mediatica” la si può forse trovare negli aspetti chiassosi e spavaldi di questo fenomeno malavitoso, all’apparenza quasi anarchico e “libertario”.
A riportare fatti e concretezza relativamente a queste storie criminali ci pensa il veloce, ma robusto “Mai ci fu pietà. La Banda della Magliana dal 1977 a oggi”, compilato dalla giornalista de “L’Unità” Angela Camuso per gli Editori Riuniti (prezzo € 15,00) nell’ultimo scorcio dell’anno passato. Nelle oltre quattrocento pagine del libro, oltre l’aspetto superficiale di banditi pacchiani ed ultraviolenti, alla Al Pacino di “Scarface”, si svela il vero salto evolutivo della Banda: il passaggio da forme di banditismo livido e sanguinoso, del tipo di quello trasfigurato nelle pellicole “poliziottesche” degli anni Settanta (crudeli sequestri di persona, rapine con il grilletto facile, omicidi feroci dentro e fuori le carceri), ad aggrovigliate trame di corruzione della politica e della società, attraverso anche oscuri rapporti con vari settori dello stato (magistrati, esponenti delle forze dell’ordine, medici, uomini di chiesa) e della massoneria deviata.
Come i loro predecessori “marsigliesi” – malavitosi francesi, ma non solo, che dal 1972 al 1976 commisero a Roma numerosi ed ambigui atti criminali: anticipatrice ed atipica “cooperazione illegale” di respiro europeo che meriterebbe un attento studio – i delinquenti capitolini intrattennero rapporti con estremisti e terroristi di destra, faccendieri di vario tipo, servizi più o meno segreti: il tutto con una scientifica spietatezza che annichilì all’inizio i possibili oppositori. Le tensioni autodistruttive insite nel “modus vivendi” degli esponenti della banda – paranoia e sospetti reciproci amplificati dall’uso di cocaina, soprattutto – prima e poi le inchieste giudiziarie (queste ultime parzialmente) hanno portato alla fine degli aspetti più eclatanti della Banda, ma la chiarezza sugli appoggi inconfessabili e sugli affari illeciti è di là da venire.