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di Marco Luzzi
È il 21 aprile 1944: mentre l’offensiva angloamericana avanza inesorabilmente, Benito Mussolini viene ricevuto nel castello di Klessheim da Adolf Hitler. Il Führer intende rassicurare l’alleato italiano sulle sorti della guerra: “Abbiamo una bomba che stupirà il mondo intero”.
Il programma atomico nazista è sempre stato ritenuto molto meno avanzato di quello americano, ma le ricerche di uno storico tedesco e la testimonianza diretta di un giornalista italiano, Luigi Romersa, sono forse destinate a riscrivere questa pagina di storia.
È infatti all’allora tenente Romersa, corrispondente di guerra per il prestigioso "Corriere della Sera", che il Duce affida un compito delicatissimo: “Voglio che facciate un’inchiesta approfondita su questa vicenda delle armi segrete. Vi munirò di due lettere credenziali, una per il ministro Göbbels e l’altra per il Führer”.
Il giovane reporter lascia subito l’Italia attraverso il Brennero, e dopo avere incontrato i destinatari delle sue lettere viene imbarcato in un aereo della Luftwaffe per la base missilistica di Peenemunde, nella Germania settentrionale, dove un gruppo di scienziati diretti dal geniale Wernher Von Braun sta sperimentando le nuove bombe V2 – che saranno presto usate per colpire Londra – i fenomenali aerei Messerschmidt 262 bimotori (veloci quasi il doppio di un qualsiasi aereo alleato) e un missile che, una volta messo a punto, sarebbe stato in grado di raggiungere le coste atlantiche.
Alla base Romersa sente parlare di una bomba disgregatrice e viene invitato nell’isola di Rugen, nel Baltico, per assistere “ad un esperimento di deflagrazione a terra di un esplosivo di cui non sono stati sperimentati altri esempi in nessun altro paese del mondo”. L’italiano viene scortato da ufficiali della Wermacht in un bunker nella foresta, dal quale assiste alla detonazione di qualcosa che “sembrò squassare tutto quello che c’era lì attorno”.
Si può essere tentati di liquidare questa testimonianza come poco attendibile, quasi fantasiosa, ma sia il quadro d’insieme che le prove rinvenute finora sembrano avvalorare il racconto del tenente.
La Germania nazista, grazie alle sue conquiste belliche, aveva tutti gli ingredienti necessari per realizzare l’atomica: l’Uranio della miniera cecoslovacca di Joachimsthal e quello del Congo Belga, il ciclotrone francese gentilmente messo a disposizione dagli amici di Vichy e l’unico stabilimento al mondo capace di produrre acqua pesante, situato in Norvegia.
Gli “Stralci delle udienze concesse dal Duce”, depositati all’archivio di Stato, conservano la prova inoppugnabile di numerosi incontri tra il dittatore fascista e il suo “agente speciale”.
Inoltre, lo storico tedesco Rainer Karlsh è riuscito a ricostruire i contorni del programma atomico nazionalsocialista individuando in Gottow, una località appena fuori Berlino, il sito in cui sorse il primo reattore nucleare capace di sostenere una reazione a catena.
Questo getterebbe una nuova luce sul famoso “discorso del riscatto”, pronunciato da Mussolini al Teatro Lirico di Milano, in cui fu egli stesso a fare esplicito riferimento a quelle nuove armi che avrebbero assicurato, a suo dire, “la ripresa dell’iniziativa in mani germaniche”.
Il “Duce di tutte le vittorie” avrebbe conservato questa speranza fino a una settimana prima della sua morte.