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Il viaggio d’amore di Dino Campana e Sibilla Aleramo

06-02-2009

di Claudia Zavaglini

Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
(Dino Campana).

Il 16 e 17 gennaio è stato proposto, al Lauro Rossi di Macerata e al Teatro Leopardi di San Ginesio, Voilà que tu!, lo spettacolo diretto da Andrea Dezi e Davide Stecconi incentrato sulla storia d’amore tra Dino Campana e Sibilla Aleramo, durata dall’estate del 1916 all’inizio del 1918, quando Campana fu internato in manicomio, dove restò fino alla morte (1932).

Coraggioso il tentativo di Dezi e Stecconi di portare in scena la burrascosa storia tra il poeta Dino Campana e la letterata Sibilla Aleramo, utilizzando a mo’ di canovaccio passi tratti tanto dalle poesie e dalle prose dei Canti Orfici quanto dal carteggio intercorso tra i due. Il talentuoso Andrea Dezi, nei panni del poeta pazzo, ha fatto rivivere sul palcoscenico un Campana per certi versi inedito, un Campana in cui l’astio per il mondo e per coloro che quel mondo rappresentavano (Prezzolini, Papini, Soffici, … ) convive con sentimenti di carica opposta; un Campana che sente dentro di sé l’amore che salva e insieme uccide; un Campana in cui l’impeto fisico rappresenta perfettamente quello interiore; un Campana in cui più forte di tutto è la necessità di ascoltare la voce della poesia, la volontà di lasciare dei versi agli uomini, perché tutto quel dolore, tutto quel sopportare, tutto quel patire non poteva essere stato vano: ne erano nati dei versi, tutti dovevano avere la possibilità di leggerli.

Un Campana perseguitato dalla società, dalla famiglia, abbandonato, tant’è che ritornano molte volte nel monologo i versi finali dei Canti Orfici “They were all torn and cover’d with the boy’s blood”. Vicino a lui ecco Ewa Spadlo, nei panni della Aleramo, incarnare tutta la passione di una donna che possiamo descrivere ritornando alle sue stesse parole: “Amo, dunque sono”. Una donna in cui l’amore per il poeta esule, vagabondo, fuggiasco, emigrante, si traduce nella volontà di farsi mediatrice fra l’amato e il mondo, per riconciliarli.

Tuttavia, l’attesa di quel mondo si rivelerà vana e, insieme alla passione, spingerà i due in una dimensione di sogno delirante e alienata, li condurrà a rivivere il mito di Orfeo ed Euridice, la loro vita, così come il distacco definitivo.

La relazione tempestosa tra Dino Campana e Sibilla Aleramo era stata trasposta cinematograficamente da Michele Placido in “Un viaggio chiamato amore” (2002). Tuttavia, una delle differenze sostanziali relativamente alla trattazione del soggetto è data dallo sconfinamento nell’onirismo per cui optano Dezi e Stecconi, quasi nel tentativo di rappresentare e comunicare la campaniana percezione allucinata della realtà, in un inseguirsi costante di vita reale e sogno che non prevede confini netti tra le due dimensioni.

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