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di Giorgio Maccaglia
Nella seconda parte del volume “In nome della legge”, Alberto Pellegrino, giornalista che ha diretto nel 2005 l’Ufficio Stampa di Sferisterio Macerata Opera ed attualmente è direttore artistico del teatro Feronia di S. Severino Marche, si occupa della figura del poliziotto nella storia e nella letteratura tra Ottocento e Primo Novecento.
Una particolare figura che compare sulla scena del crimine nel periodo napoleonico è sicuramente quella di Eugene-Francois Vidocq, che dopo aver conosciuto la vita dei bassifondi, il carcere e i lavori forzati, aver fatto l’informatore per lo Stato e l’investigatore privato, diventerà il più celebre poliziotto di Francia.
La sua vita diventa un modello di riferimento per molti letterati che con le loro opere danno l’avvio ad un nuovo genere letterario che possiamo definire “ romanzo sociale”, dove comincia a emergere la figura del poliziotto e del privato cittadino che si batte contro le ingiustizie della società.
Tra questi il personaggio di Vautrin in “La Commedia umana” di Honorè de Balzac, il poliziotto Jackal in “I Moicani di Parigi” di Alexandre Dumas e in particolare, nei “Miserabili” di Victor Hugo, di particolare rilievo è la lotta tra l’ex forzato Jean Valjean e l’ispettore Javert.
Un irreprensibile custode della legge, il cui scopo di vita era diventato la cattura di Valjean, un uomo al quale però, il poliziotto deve la propria vita e per questo deve fare i conti con la scelta, dettata dalla riconoscenza, di liberarlo dopo averlo arrestato.
E’ nell’incapacità di conciliare la sua coscienza di uomo con la propria coscienza di tutore dell’ordine costituito che si consuma il dramma del suo suicidio.
Il romanzo poliziesco ha un padre nobile nella persona di Edgar Allan Poe che crea per la prima volta la figura di un investigatore che risolve casi misteriosi e cruenti con il solo strumento della logica.
Nel Novecento poi è il teatro di Eduardo De Filippo a rappresentare uno dei vertici della scena italiana, nelle cui commedie compare spesso il brigadiere di pubblica sicurezza.
Ma la nascita ufficiale del romanzo poliziesco italiano avviene negli anni Trenta (nel 1929 s’inaugura la collana del Romanzo Giallo di Mondadori). Infatti è nel 1931 che Alessandro Varaldo pubblica il romanzo “Il Sette Bello”, dove compare il personaggio del commissario di polizia, Ascanio Bonichi, che usa metodi d’indagine non tradizionali e poco scientifici, perché affianca all’impiego della ragione una fede quasi assoluta nel Caso.
Tra i più rappresentativi romanzi del Novecento italiano compare “Quer Pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda.
Ambientato a Roma nel 1927, scritto in una lingua formata da un affascinante miscuglio di espressioni dialettali e italiane, dove protagonista è un commissario-filosofo Ingravallo, straordinaria figura di poliziotto antieroico, uomo dai sentimenti delicati.
L’indagine diventa per Gadda, l’occasione per scoprire un ambiente urbano e sociale corrotto e in dissoluzione
Gadda non rivela il colpevole perché l’indagine di Ingravallo si perde in una campagna desolata in un mondo di insensatezza, dove la verità sfugge e si nasconde.
Carlo Lucarelli, uno degli autori più rappresentativi della nuova stagione del romanzo poliziesco italiano nel romanzo “Indagine non autorizzata”, non convinto della soluzione ufficiale, continua le sue indagini che lo porteranno alla scoperta del vero colpevole nell’entourage del Duce formato da gerarchi di partito, ex squadristi provenienti dalla malavita.