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Il martirio del Che secondo Soderbergh

10-06-2009

di Francesco Barbabella

Difficile non affibbiare l’etichetta di “militante” all’ultima opera del regista Steven Soderbergh, incentrata sulla figura del rivoluzionario Ernesto Che Guevara. Nei due film in cui l’intero lavoro è suddiviso (Che: l’Argentino e Che: Guerriglia), Soderbergh presenta un Che perfetto e giusto, senza ombra né macchia: un martire moderno morto per ideali laici universali.

L’idealizzazione del personaggio non è sfacciata, in quanto lo spettatore è spesso tentato di considerare l’opera come fosse un documentario di finzione, una ricostruzione fedele ed oggettiva dei fatti storici (lo stile di regia ammicca spesso al cinéma vérité francese). L’operazione di Soderbergh risulta in questo modo amplificata, perché la percezione di oggettività della narrazione non può fare altro che consegnare un modello ideologico positivo al pubblico, il quale rischia di essere impreparato per filtrare criticamente i contenuti dei film.

Se l’interpretazione di Benicio Del Toro nei panni del Che è veramente convincente e a tratti impressionante (tanto da avergli fatto vincere la Palma d’Oro al Festival di Cannes del 2008 come miglior attore), non si riesce a identificare il senso ultimo di questo lavoro. La mancanza di contraddittorio e di ambiguità nella figura storica di Guevara lascia l’amaro, perché il risultato finale è una semplice esaltazione del pensiero e dell’azione di un personaggio, cristallizzato in una moderna mitologia rivoluzionaria.

Il primo atto, Che: l’Argentino, parte dall’incontro del medico argentino Ernesto Guevara con Fidel Castro a Città del Messico nel 1955. Insieme ad un manipolo di attivisti, i due organizzano la spedizione clandestina verso Cuba per rovesciare la dittatura di Fulgencio Batista appoggiata dagli Stati Uniti. Attraverso una narrazione su più livelli, in cui spesso si intrecciano elementi tipici del documentario e del giornalismo televisivo, si alternano le vicende di guerriglia in territorio cubano (le azioni nella Sierra Maestra, la discesa a Las Villas, la presa di Santa Clara) con episodi e interviste degli anni successivi, interamente ricostruiti, come il discorso che Guevara tenne all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1964.

Il secondo film, Che: Guerriglia, si differenzia dal primo sotto diversi aspetti. In questa parte, un’aura di pessimismo si sprigiona dagli ambienti e dalla musica, rendendo la giungla boliviana molto più cupa di quella cubana: la foresta non è più un nascondiglio utile per sferrare attacchi a sorpresa, ma diviene l’ultimo rifugio per difendersi e scappare, il sarcofago destinato a conservare l’epilogo dell’intera vicenda.
La storia riprende nel 1966: dopo avere rinunciato a tutti gli incarichi a Cuba ed essere scomparso per qualche tempo, il Che torna operativo nel Sudamerica, organizzando un campo d’addestramento in Bolivia. Egli è a capo di un gruppo misto di cubani e boliviani: lo scopo è quello di accendere la rivoluzione anche in Bolivia, cercando di ottenere la fiducia dei contadini indios e dei politici che si oppongono al regime di René Barrientos Ortuño.

In questo secondo film, Soderbergh ricompone cronologicamente i tasselli della presenza di Guevara nel Paese sudamericano. La guerriglia è più dura, resa più difficile dall’intervento degli Stati Uniti, decisi a liquidare una volta per tutte il pericolo di una rivoluzione comunista nel Sudamerica. Militari statunitensi e agenti della Cia aiuteranno l’esercito governativo di Ortuño a catturare Che Guevara, che morirà giustiziato nell’ottobre 1967.

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