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di Giorgio Cipolletta
La Facoltà e il Dipartimento di Scienze della comunicazione hanno organizzato a novembre una conversazione di estetica dal titolo “Arte moderna e modernismo”. E' stato presentato il volume “Alle origini dell’opera d’arte contemporanea” (ed. Laterza, Bari, 2008) alla presenza degli autori Giuseppe Di Giacomo, docente di estetica, e Claudio Zambianchi, docente di storia dell’arte contemporanea dell’Università La Sapienza di Roma. La lezione, puntuale e precisa, era suddivisa in due momenti.
Durante la prima parte, Zambianchi ha fornito agli studenti un breve excursus storico dell’arte contemporanea con i suoi problemi legati alla rottura del rapporto tra arti visive e forme del mondo; l'abbandono dell'idea dell'arte come riproduzione delle apparenze del mondo visibile, a vantaggio di una proposta dell'opera come espressione di una specifica qualità d'emozione; il richiamo a non dimenticare le basi sociali dell'arte anche quando, come nell'astrazione, sarebbe facile perderle di vista; la riproducibilità tecnica, la perdita dell'aura e il rapporto tra l'arte moderna e le masse; l'avanguardia come unica possibilità di sopravvivenza della cultura di élite; la definizione e la critica al Modernismo; il new dada, l'arte pop, la definizione di un'arte postmoderna. Temi questi, che mostrano, la difficoltà di definire il concetto di opera d’arte.
Attraverso diversi punti di vista e differenti approcci filosofici-culturali ,da Roger Fry a Meyer Schapiro, da Walter Benjamin a Clement Greenberg, da Leo Steinberg a Danto e Rosalinda Krauss, l’antologia offre una panoramica completa per comprendere la visione del mondo offerta da un'opera d’arte, tra contraddizioni e revisioni.
La seconda parte della conversazione è stata affidata alle parole di Adorno presentate da Giuseppe Di Giacomo. Viene espressa la necessità che ha l'arte di abbandonare uno schema di lettura lineare e progressivo, ponendosi piuttosto come inesausta domanda alla tradizione che l’ha preceduta, alla filosofia che la pensa, alla storia che si stratifica nelle sue forme, alla forma stessa in quanto essa è “contenuto sedimentato”, come recita parte della "Teoria estetica" di Adorno.
Ciò che viene meno oggi è la funzione rappresentativa dell’arte, che non si limita a mostrare un mondo frammentato, bensì la disgregazione penetra nella sua stessa forma, la quale non è più rappresentazione, ma testimonianza. Una conversazione estetica gestita in maniera brillante che apre un vortice immenso di domande.