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di Marco Luzzi
“Vita di Galileo”, che la Fondazione Teatro delle Muse ha scelto per lo spettacolo d’apertura della stagione di Prosa 2008 – ’09, è un’opera complessa e controversa, che il grande drammaturgo tedesco Bertolt Brecht comincia a stendere nella versione danese nel 1938 e completa nella sua Berlino nel 1956.
In quei vent’anni succede di tutto, un mondo acceso da ideali di stampo differente finisce nel fuoco e dalle sue ceneri ne rinasce un altro diviso tra due blocchi contrapposti, ognuno dei quali deciso a scrivere l’ultima parola sul metodo di distribuzione delle risorse del pianeta.
La stessa Berlino è paradigma di quella divisione geografica e politica, con la testa nel neocapitalismo e i piedi nel comunismo sovietico.
Anche l’intellettuale è lacerato da un perpetuo dualismo, quello tra la cultura della verità e quella del potere. Il Galileo di Brecht si muove in queste fratture, inseguito da due spettri: quello dell’auctoritas della Chiesa, che vorrebbe fermare il progresso, e quello più subdolo del potere economico, che vuole convertirlo ai suoi scopi.
“Ma come” chiede sarcastico e anche un po’ stupefatto il genio pisano al rappresentante del governo di Venezia (città che si vantava della sua indipendenza) “Da «libero e commercio e libera scienza» siamo già a «libero commercio della scienza»?”. La risposta del procuratore è sorniona ma inequivocabile: “Dà scudi quello che rende scudi”. È forse qui più che altrove il senso dell’opera, l’appello agli intellettuali di ogni epoca di non prostituirsi al potere costituito, anche se questo ha messo via la corda e i ferri roventi e si limita a pigliarti per fame. La scienza, libera da ogni condizionamento, non deve avere altro orizzonte se non il servizio all’umanità nel suo complesso, mai quello al singolo mecenate del momento, altrimenti da scienziati si diventa, con le parole dello stesso Brecht, “semplici gnomi inventori”.
Impossibile non scorgere nel dramma l’eco delle parole di Julien Benda, che nel suo “Il tradimento dei chierici” descriveva pochi anni prima i tratti distintivi degli intellettuali, “le cui attività già dalla loro essenza non sono dirette a fini pratici; persone, che cercano soddisfazione in arte, scienza o speculazione metafisica: in breve, nel possesso di beni immateriali” e denunciava la mercificazione dell’intelletto ad opera dei suoi contemporanei.
La giustizia storica segue vie tutte proprie, e oggi l’unica voce che pare levarsi a difesa dell’universalismo e della gratuità della ricerca della conoscenza pare essere proprio quella della Chiesa, che per bocca del suo capo, Papa Benedetto XVI (un intellettuale) ammonisce «avviene, tuttavia, che non sempre gli scienziati indirizzino le loro ricerche verso questi scopi. Il facile guadagno o, peggio ancora, l'arroganza di sostituirsi al Creatore svolgono, a volte, un ruolo determinante, in una forma di "hybris" della ragione che può assumere caratteristiche pericolose per la stessa umanità. Ciò non significa affatto limitare la ricerca scientifica o impedire alla tecnica di produrre strumenti di sviluppo; consiste, piuttosto, nel mantenere vigile il senso di responsabilità che la ragione e la fede possiedono nei confronti della scienza, perché permanga nel solco del suo servizio all'uomo».