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Daverio svela l'inganno dello Sferisterio

03-08-2009

di Maria Rita Sciarrone

“L’inganno si basa su due meccanismi principali: uno su ciò che una cosa dovrebbe essere e non è, l’altro sulla lusinga per essere accettato”,. Sono le parole di Philippe Daverio, chiamato per il secondo anno consecutivo a dare il via allo Sferisterio Opera Festival. L’insigne critico d’arte, come aveva fatto l’anno scorso trattando il tema della Seduzione, inizia il suo excursus partendo dall’etimologia del termine, miscelando sapientemente arte, storia e letteratura, citando da esempio le avventure di Pantagruel, Giuda Iscariota - l’ingannatore per antonomasia-, per giungere al cavallo di Troia. Tutti modi diversi d’ingannare.

Un po’ come l’etimologia del termine, che per i tedeschi è un concetto misto tra fregare e vertigine; per i francesi invece, è una sorta d’artificio, come quello del Trompe l’Oeil inventato concettualmente da noi italiani, ma rivisitato linguisticamente dai vicini d’oltralpe. Citando Giovenale, Daverio introduce poi il protagonista dell’inganno: l’adulatore. “La gente che adula, con assoluta convinzione loda il discorso degli indotti e le facce brutte degli amici”. E prima di giungere all’adulatore per eccellenza, Don Giovanni, Daverio racconta un aneddoto di Luigi XIV, che, per quanto si considerasse l’uomo più potente del mondo, chiunque si trovasse davanti - fosse anche la donna delle pulizie - si levava il cappello. A seguire, Daverio snocciola con disinvoltura citazioni di La Fontaine, Gongora, Lope de Vega, per giungere al Don Giovanni mozartiano, con cui si è aperta la quarantacinquesima edizione dello Sferisterio Opera Festival.

"La vita del protagonista di questo dramma - afferma Daverio- oltre che sulla seduzione, è basata sull’inganno, a causa del quale pagherà con la morte". E poi ancora: la visione del mondo del Don Giovanni è una rappresentazione precisa e perfetta della vita del '700, una vita dove tutto era incerto. Ci si svegliava la mattina e si usciva elegantemente di casa.Se andava bene la sera si festeggiava all’osteria, altrimenti, si veniva sparati.

Un dramma in cui la tragedia non viene percepita e in cui l’unico riscatto è dato dal flirt, considerato l’unico riscontro umano che Don Giovanni può trovare nella sua epoca. Ma anche questo è un artificio.

La conclusione a cui giunge Daverio è che l’inganno è fondamentalmente un percorso barocco per immaginare il mondo in modo diverso, teatrale: un gioco di specchi e di rimandi praticato sia nell’architettura che nella musica. Non a caso la scenografia ideata dal direttore artistico Pierluigi Pizzi è fatta proprio di specchi e giochi di luce. E concludendo con una citazione del Faust di Goethe, Daverio dà ufficialmente inizio allo spettacolo, tra applausi interminabili e pubblico soddisfatto.

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