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di Antonia Casiero
“Un cerino nel buio. Come la cultura sopravvive a barbari e antibarbari” è il titolo del saggio di Franco Brevini (Bollati Boringheri, Torino, 2008, € 13).
E’ un genere ibrido tra saggistica e racconto autobiografico, in cui Brevini, docente universitario di letteratura italiana all’Università Iulm di Milano e all’Università di Bergamo, muove da una riflessione sul “nuovo sapere”, spinto dal dubbio riguardo all’accettazione o al rifiuto dei nuovi media.
Si tratta di un’analisi che vede, da una parte, l’istruzione allo sbando e, dall’altra, internet e i nuovi media che imperano nella società contemporanea e che suscitano reazioni opposte tra chi difende la cultura del passato, mediata dai libri, e chi inneggia al trionfo di internet.
La propria esperienza di padre e di docente, nel corso della vita quotidiana, porta Brevini a scontrarsi con la tipologia della propria formazione (classica), in un contesto sociale in cui forte è la trasformazione riguardo al sapere. E' questo il tema indagato dall'autore nel corso dell’opera.
Da una parte, egli si chiede come mai i figli, pur essendo cresciuti in un ambiente ricco di libri, attingono conoscenza con maggiore facilità da internet, dalle trasmissioni televisive e dai videogiochi e, dall’altra, prova sconforto, in qualità di docente, quando all’Università avverte la sensazione di parlare una lingua diversa dai suoi studenti e si rende conto della loro difficoltà nelle attività di analisi e di riflessione.
Il saggio costituisce, dunque, una ricerca sul nuovo “sapere”, tema principale intorno al quale ruota il contenuto dell’opera in cui, attraverso riflessioni etiche, non dispensa soluzioni, ma esorta a riflettere.
Brevini pur avvertendo la pervasività massmediale, in una società in cui c’è sempre meno spazio per un sapere umanistico “tradizionale”, riscopre in altri ambiti del sapere (da parte dei suoi figli e degli studenti) un grado di conoscenze non trascurabili.
Ciò che cambia sono le modalità e gli strumenti. Brevini si astiene dal reputare “barbarie” il nuovo tipo di cultura, anche se rimpiange, in parte, quella del passato.
L’autore, però, supera il suo rimpianto, accettando di scommettere sul futuro, attraverso la considerazione che nei prodotti della cultura di massa vi è più sapere di quanto ne percepiamo, rinviando ad educatori e formatori la ricerca della cultura nei nuovi saperi.
L’ottimismo dell’autore si percepisce nella constatazione che, se la “cultura classica” era riservata ad una fascia ristretta di persone, l’odierno “sapere” è in grado di coinvolgere più persone grazie ai nuovi e potenti strumenti di cui dispone e che ne consentono una rapida e capillare diffusione.