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Carlo Michelstaedter, “il grande postumo”

14-07-2010

di Claudia Zavaglini

E’ foltissima la schiera dei dimenticati, infinita.

Ci sono pensieri che vengono liquidati in fretta, troppo in fretta; pensieri troppo poco meditati, da troppe poche persone. Quanti sono i poeti, gli scrittori, i filosofi, gli artisti a cui viene appiccicata addosso l’etichetta di “minori”, spesso a torto? E’ così che finiscono con l’essere “di pochi”, quasi solo dell’élite “addetta-ai-lavori”.

Va certamente ricordato tra loro Carlo Michelstaedter (Gorizia 1887 – 1910), il “grande postumo” – così lo ha definito uno dei suoi maggiori studiosi, Sergio Campailla. Nel 1910, dopo aver terminato e spedito a Firenze, dove aveva frequentato la facoltà di lettere, la tesi di laurea intorno ai concetti filosofici di persuasione e di rettorica in Platone e Aristotele, si è suicidato. La sua opera ci è giunta grazie all’amore e all’impegno degli amici, in particolare grazie alle cure dei cari Vladimiro Arangio-Ruiz e Gaetano Chiavacci. Michelstaedter può essere considerato uno dei precursori dell’ “artista-a-360-gradi” che ha trovato poi consacrazione nel 900 e di cui possiamo considerare incarnazione ed emblema Pier Paolo Pasolini, col quale condivide, pur con i dovuti distinguo, molto più di quanto possa apparire a prima vista: dai legami con il Friuli alla molteplicità degli interessi, dalle capacità profetiche all’attenzione per la classicità e il primitivo.

Scrittore, filosofo, letterato, pittore, caricaturista, amante del teatro di Ibsen e della musica di Beethoven: chi è Michelstaedter? Non volle essere un filosofo, non volle essere uno scrittore, non volle essere un letterato, né un pittore: eppure oggi per noi è tutto questo. Lui che odiava le categorie e i sistemi è, suo malgrado, spesso annoverato tra i vociani, talvolta tra i nichilisti o tra i precursori dell’esistenzialismo. Come se tutto si potesse incasellare. Lui è Carlo Michelstaedter, semplicemente: di lui ci restano le pagine de La persuasione e la rettorica, la tesi di laurea di un “povero pedone che misura coi suoi passi il terreno”, pagine tormentate in cui “ci doveva essere tutto il suo io”, una tesi che “doveva esser scritta col suo sangue”; ci restano Il dialogo della salute, le poesie, altri dialoghi minori, l’epistolario, appunti sparsi, schizzi, dipinti, caricature e una pietra grande nel cimitero israelitico di Gorizia, oggi cimitero di Valdirose, a Nova Gorica, in Slovenia.

Morto senza subire il nazismo, sfuggito inconsapevolmente con la morte prematura nei campi di concentramento cui non sfuggirono la madre e la sorella, Michelstaedter se n’è andato con un colpo di pistola a 23 anni, senza aver mai pubblicato le sue poesie, né i dialoghi, né La persuasione, una tesi sì spedita a Firenze, ma mai discussa. Non possiamo sapere quale sarebbe stata la sua maturazione, chi sarebbe diventato, cosa avrebbe scritto e pensato e fatto. Oggi che cosa rimane del suo pensiero? A quasi 100 anni da quel colpo di pistola del 17 ottobre, cosa resta di lui? Non resta forse l’attualità? Non resta il suo essere scomodo e sconveniente? Non restano – solo, fossero riscoperte! – le sue parole inquietanti, vere, illuminanti, profetiche?

Sul sito dedicato a Carlo Michelstaedterwww.michelstaedter.it – in occasione del centenario è stata allestita una pagina che ripercorre l’ultimo anno di vita; la sezione News è aggiornata periodicamente con l’inserzione degli eventi che vengono via via organizzati in questo anno particolare e che culmineranno nel mese di ottobre.

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