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di Giorgio Cipolletta
Siamo pronti all kolossal che dovrebbe cambiare il mondo del cinema?
Almeno questa è la domanda che ci si poneva prima del 15 gennaio, prima dell’uscita del film Avatar di James Cameron, lo stesso regista che ci fece innamorare di Titanic per poi sparire e non produrre nessun film per 15 anni.
L’attesa ci ha trascinato fino al nuovo anno, i cine-panettoni sono stati battuti al botteghino al primo round dagli effetti speciali e dalle intuizioni di Sherlock Holmes, e nonostante i finanziamenti statali dati per la produzione di Natale a Beverly Hills, l’appuntamento natalizio con Cristian De Sica non basta, come non è servito riportare in vita Marilyn Monroe: il film di Leonardo Pieraccioni conquista un’ amara medaglia di bronzo al botteghino. I film italiani non convincono ancora…
Abbiamo bisogno di effetti speciali, di immaginario che superi di gran lunga il Reale, abbiamo bisogno di indossare gli occhiali per catapultarci in un mondo a tre dimensioni. Avatar è uno dei tanti segnali di come non solo sta cambiando il cinema in sé come mezzo di fruizione, ma allo stesso tempo di come noi stessi stiamo modificando il nostro status di spettatori passivi: dobbiamo entrare dentro essere partecipi alle immagini.
I titoli delle testate nazionali che hanno dedicato il giorno dopo l’uscita di Avatar sono stati tutti positivi, si parla già di cifre, di successi e di file interminabili fuori dalle multisale. Un film di massa sicuramente, pieno di citazioni, propagandistico e fantascientifico un’opera titanica.
L’idea della sceneggiatura di Avatar nacque nel 1995 ben 15 anni fa. L’unico problema che nonostante fosse avanzata, la tecnologia non lo era abbastanza per supportare quell’idea meravigliosa di costruzione di un mondo altrettanto fantasioso e mitico.
Jake Sully è un marine costretto su una sedia a rotelle che accetta di trasferirsi sul pianeta Pandora (distante 44 anni luce dalla Terra) in sostituzione del fratello morto. Questi era uno scienziato la cui missione era quella di esplorare il pianeta mediante un avatar. Essendo l’atmosfera del pianeta tossica per gli umani, sono stati creati degli esseri simili in tutto e per tutto ai nativi che possono essere guidati dall’umano che si trova al sicuro dentro la base. Pandora però non è solo un luogo, ma un enorme giacimento di un minerale prezioso per la Terra dove la catastrofe ecologica ha ridotto a zero le fonti di energia. Uomini d’affari avidi e militari si trovano così uniti nel tentativo di spoliazione del pianeta. C’è però un problema: gli indigeni Na’vi non hanno alcuna intenzione di farsi colonizzare. Il compito iniziale dell'avatar di Jake sarà quello di conoscerne usi e costumi e di farsi accettare all'interno delle loro comunità. Sarà così in grado di riferire se sia possibile sottometterli. Jake conosce così Neytiri, una guerriera Na’vi figlia del capo tribù. Da lei impara a divenire un guerriero molto diverso dal marine che è stato e se ne innamora ricambiato. Da quel momento la sua visione dell'impresa cambia.
Una storia ben costruita che ci riporta a Titanic, un po’ meno melensa, più avventurosa. Titanic è stato il prodotto hollywoodiano che ha ottenuto maggiori incassi dell’intera storia del cinema vincendo oltre 11 Oscar. E dopo un trionfo del genere lo stesso regista James Cameron riprende la vecchia idea del 1995 e per 12 lunghi anni pensa e realizza ciò che oggi si chiama Avatar; 12 anni per trovare il modo da realizzare quell’idea perfetta come era stata pensata. Per prima cosa, il regista americano reinventa la telecamera 3 D. Tutto il film che andremo a vedere è stato girato in un magazzino vuoto, gli attori che vediamo vengono avatarizzati, cioè trasferiti in un’altra dimensione rispetto a quella reale.
In poche parole: pensiamo a due schermi: in uno vengono ripresi gli attori così fisicamente come sono e da lì trasferiti digitalmente, attraverso un sistema di simulazione, in un altro schermo nei panni di alieni blu alti tre metri. Ogni attore ha indossato un casco con una minitelecamera in hd a pochi centimetri dal viso in modo da registrare perfino i movimenti della faccia e trasferirli poi nel modo virtuale.
Tutto qua, la stesa cosa che ci succede ogni giorno che ci trasferiamo nella rete, sui social network, ognuno di noi ha un avatar, se vogliamo.
Ma Avatar è anche una storia d’amore. Nel film l'idea della natura si sposa al più alto livello di tecnologia: una contraddizione antropologica rilevante.
250 milioni di dollari sono stati spesi per la realizzazione del film, in America è già è stato decretato il successo e dai primi risultati anche in Italia l’attesa è stata confermata dai numeri positivi del botteghino. Ma le cifre non commentano le emozioni dopo la visione.
Intanto prendiamoci le cifre, per un commento attenderò ancora qualche giorno, l’attesa a cui ci hanno sottoposto per il lancio del kolossal hollywoodiano è stata lunga, ma non troppo per poter rinunciare alle file immense davanti le multi-sale, ad 1,50 euro di prenotazione per un posto riservato per godersi il film in posizione strategica. Attenderò ancora qualche giorno per poter confermare se il cinema è cambiato veramente o è ancora solo fantascienza e nient’altro che fantascienza.