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di *Viviana Minasi
“Se sono stato informato correttamente, quest’ordine diventa esecutivo immediatamente”. A parlare è l’allora ministro della Propaganda della Repubblica Democratica Tedesca, Günter Schabowsk. Sono le 18.53 del 9 novembre 1989. Viene annunciato al mondo che i berlinesi dell’Est sono liberi di andare verso Ovest. Crolla il Muro di Berlino.
E’ la fine di un’epoca buia e triste, iniziata la mattina del 13 agosto del 1961, quando il regime comunista della Germania Est impone la costruzione di quella che è ancora oggi considerata la più crudele metafora della Guerra Fredda. Un’enorme barriera, lunga ben 166 km (il muro vero e proprio cingeva solo i 42 km del centro di Berlino, mentre per dividere la città nelle zone periferiche, è stato utilizzato del filo spinato) e alta poco più di 3,5 metri, che ha tagliato in due non solo una città ma una nazione intera; un muro, simbolo della divisione del mondo in una sfera americana ed una sovietica.
Da un giorno all’altro amici, parenti, vengono separati; il Muro impedisce anche i più abituali gesti quotidiani, come uscire di casa, percorrere le proprie strade. Entrambe le metà della città si ritrovano in preda allo sconforto ad alla disperazione. Numerose persone tentano di evadere verso Berlino Ovest, pagando questo estremo gesto con la vita. Dalle 302 torri di controllo, le guardie della Repubblica Democratica Tedesca ricevono ordine di sparare contro chiunque tenti la fuga da una parte all’altra del Muro.
Quel Muro, che per 28 anni è stato l’icona dell’incomunicabilità, della distruzione violenta della vita quotidiana, alla fine è stato abbattuto, portando giù con sé anni ed anni di ansie, paure ed orrore. Sono trascorsi 20 anni da quel 9 novembre 1989, ed il mondo intero non ha dimenticato questa pagina della storia moderna, considerata una delle più assurde e inspiegabili.
In occasione di tale anniversario, è stata allestita agli Antichi Forni di Piaggia della Torre, a Macerata, una mostra fotografica dal titolo “Ortszeit Local Time: istantanea della Germania dell’Est prima e dopo la caduta del Muro”, di Stephan Koppelkamm. L’esposizione, che rimarrà aperta fino all’11 maggio, è organizzata dal Dipartimento di Lingue e Letterature moderne – sezione di Germanistica – dell’Università di Macerata, in collaborazione con il Goethe Institut di Roma.
Ad inaugurare l’esposizione fotografica è stato Axel Klausmeir, direttore del Museo del Muro di Berlino, che attraverso la sua testimonianza ha tracciato una breve storia della città, a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, fino ai giorni nostri, passando per quel brutale ed oscuro periodo, lungo ben 28 anni, in cui Berlino è stata divisa dal famoso Muro.
“E’ impossibile immaginare oggi cosa sia stata la costruzione del Muro, – ha spiegato Klausmeir – con i soldati che ne impedivano anche solo l’avvicinamento, la gente, incredula, che pur di fuggire verso Ovest, rischiava la propria vita, tentando di lanciarsi dalle finestre dei palazzi”. L’eredità lasciata da quel Muro, che fisicamente oggi non c’è più, ma che ha segnato per sempre la vita di Berlino e dei berlinesi, è pesante: sono tanti i “vuoti” lasciati, zone semi deserte su cui non è sorta ancora alcuna costruzione.
“Differenze si vedono anche sul piano economico, con una lato Est più arretrato e un Ovest più ricco, un po’ come accade in Italia tra Nord e Sud”, ha proseguito Axel Klausmeir. Di quella enorme barriera, restano oggi solo 24 km, e dove il Muro è stato abbattuto, è stata mantenuta una traccia sul terreno per rendersi conto di come la divisione della città fu brutale, passando anche attraverso palazzi, abbattuti, e oggi ancora in fase di ricostruzione, per lasciare spazio al Muro.
E per una barriera che viene giù, tante altre oggi continuano ad esistere. Sono gli oramai tristemente noti “Muri della vergogna”, barriere costruite per separare, dividere, umiliare. Lo sono quelli di Belfast, costruzioni che dividono i quartieri protestanti da quelli cattolici; lo è il muro di confine tra Usa e Messico. Uno su tutti, quello israelo-palestinese, “barriera di sicurezza” per gli israeliani e vergogna per i palestinesi. Un muro su cui si legge, su un cartello “peace be with you”…