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Giovanni Allevi al piano di UniMc
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Cultura e Spettacolo

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18-01-2012 di Deborah Di Carlo

“È milanese da cinque minuti e già non lo sopporto più” così esordisce Alberto (Claudio Bisio), quando assiste alla trasformazione di Mattia (Alessandro Siani), cacciato dalla moglie, che da perfetto uomo tranquillo, che preferisce il part-time per avere più tempo per stare in casa, si trasforma nel più tipico dei masochisti immerso nel lavoro giorno e notte. Così si presenta “Benvenuti al Nord”, il sequel di “Benvenuti al Sud” che riprende a sua volta “Giù al nord” (Bienvenue chez les Ch’tis) film del 2008, diretto da Dany Boon.

Come ogni seguito che si rispetti, porta con sé le grandi aspettative del pubblico e finisce puntualmente per lasciare un po’ d’amaro in bocca. Il paragone è inevitabile e di questo il regista, Luca Miniero, è ben consapevole. Nel viaggio verso il sud, Alberto porta con sé dei pregiudizi, che vengono ben presto sfatati; nel suo soggiorno milanese, invece, Mattia scopre che tutto ciò che ha sempre pensato del nord è vero. A cominciare dalla fretta, dalla corsa continua, dalla mania per la puntualità, insomma tutte quelle caratteristiche (si badi bene, caratteristiche, non negatività) che fanno un buon milanese.

Siamo di fronte alla classica commedia, dove tutto sembra andare per il verso sbagliato; due mariti, due poli opposti, uno completamente preso dal progetto del secolo e l’altro che non riesce a dire la parola “mutuo”. Due facce di una stessa medaglia, che mettono in luce il fatto che, comunque una persona sia fatta, c’è sempre la possibilità di migliorare. Il cast: Claudio Bisio con la sua professionalità, Alessandro Siani, fresco e mai ripetitivo, Angela Finocchiaro, attrice che definirei dal multiforme ingegno, Valentina Lodovini, con capacità non ben valorizzate in questo sequel.

Tutti a loro modo riescono a dare al pubblico 110 minuti di risate e luoghi comuni, a volte sfatati a volte meno, e, perché no, anche lievi spunti di riflessione. Come quello offerto dal confronto, prima verbale e poi sentimentale, di due personaggi apparentemente marginali, ma che racchiudono il cuore della storia: Erminia, madre di Silvia (Angela Finocchiaro), e il signor Scapece (Salvatore Misticone); quando s’incontrano, davanti ad un referto medico, iniziano subito a parlare ognuno nel proprio dialetto, milanese e napoletano, e, quasi che non ci fosse nulla a dividerli, si comprendono alla perfezione. Appaiono solo tre volte in tutto il film, ma è come se la loro presenza fosse lì per ribadire ciò che a volte si dà per scontato, in altre parole che in fondo non ci sono differenze.

E non importa se verso la fine del film è quasi sfiancante assistere alla solita commedia degli equivoci delle mogli, convinte che il cambiamento dei mariti sia tutta una messa in scena, perché tanto ci sono loro, Erminia e Scapece, che, davanti al misuratore di pressione, si scambiano parole dolci come due ragazzi, e ti senti sollevato, perché quello che stavi per definire un film “non da cinema”, ti strappa un sorriso inaspettato.

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17-01-2012 di Mauro Torresi

Dicembre 2011 è stato il mese di pubblicazione del primo numero di “Rrose.”, un nuovo periodico dedicato alla creatività. La rivista, gratuita ed edita dall'associazione culturale Rrose Sélavy di Tolentino, si occupa principalmente di arti visive e di design. Alla conferenza stampa di presentazione erano presenti, tra gli altri, l'assessore provinciale alle Attività culturali Massimiliano Sport Bianchini, il direttore editoriale della rivista Massimo De Nardo e l'artista Mauro Cicarè. Ha aperto gli interventi l'assessore Bianchini, trattando il tema della valorizzazione della cultura del territorio maceratese.

Numerosi sono gli universi artistici e culturali ai quali la redazione di “Rrose.” dedica spazio. Citandone alcuni, si possono fare riferimenti alla pittura, alla scultura, alla fotografia, alla performance, alla street art e alla video arte. Il lungo elenco include anche temi ricollegabili al design, come l'architettura, la scenografia, l'industrial design e la moda.

La genesi dell'idea, alla base della successiva creazione della rivista, è stata raccontata da Massimo De Nardo. Il titolo del periodico rimanda al nome con il quale l'artista novecentesco Marcel Duchamp firmò alcune sue opere: Rrose Sélavy (lo pseudonimo si leggerebbe come “Eros c'est la vie”). I promotori tolentinati, nello scegliere il nome della testata, sono stati influenzati dall'interesse che avevano per il percorso artistico di Duchamp. Inizialmente, i creatori hanno presentato ad alcune personalità della cultura un'”idea” riportata su quattro pagine, contenente le informazioni generali sulla rivista.

Diversi sono stati i nomi noti a livello nazionale ed internazionale che hanno aderito all'iniziativa e che hanno inviato gratuitamente pezzi da pubblicare nel primo numero. Non potevano mancare, ovviamente, artisti del territorio della Provincia di Macerata tra i personaggi protagonisti della prima uscita. L'associazione culturale, con sede a Tolentino, è anche attenta agli emergenti. De Nardo ha, infatti, segnalato che nel sito web www.rroseselavy.org è presente uno spazio dedicato a questi ultimi.

Una delle caratteristiche vincenti di “Rrose.” sembra essere il concetto di qualità alla base del progetto. Oltre ai fondamentali contenuti, molta importanza è stata data alle scelte legate ai materiali cartacei da utilizzare per la stampa e all'impostazione grafica. Ogni numero è composto da quarantotto facciate, più quattro per la copertina, con una grammatura che va dai 140 grammi per le pagine interne ai 300 grammi per le esterne. Alle immagini vengono dedicate ventiquattro facciate. Alcuni dei destinatari della distribuzione, effettuata via posta, saranno: librerie, università, associazioni culturali, assessorati alla cultura, testate giornalistiche, singoli cittadini e altri soggetti amanti della cultura. La rivista, che non avrà una tiratura elevata, verrà pubblicata cinque volte l'anno, in quattro edizioni bimestrali e in una trimestrale.

Leggi Rrose su www.rroseselavy.org

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09-01-2012 di Federica Senigagliesi

Se la storia dell’arte è anche storia del potere, il “Realismo socialista” è la suggestiva narrazione di cinquant'anni di storia dell’ex Unione Sovietica. Questa lunga stagione artistica e politica è stata raccontata dalla recente mostra “Realismi socialisti: grande pittura sovietica 1920- 1970” ospitata nel Palazzo delle Esposizioni di Roma, in occasione dell’anno istituzionale Italia-Russia. La declinazione al plurale del “realismo socialista”- termine col quale convenzionalmente si indica la corrente artistica nata in Unione sovietica nel 1934 e terminata nel 1970 col declino dell’utopia comunista - evidenzia volutamente la grande varietà del fenomeno, che ha visto all’opera migliaia di giovani talenti arruolati dal regime in tutto il vasto e multietnico territorio sovietico. In questo senso, la rassegna romana ha voluto risarcire, per quanto possibile, l’arte di uno dei più grandi Paesi del mondo, per decenni ignorata dai manuali, sulla base di ragioni esclusivamente ideologiche.

All’indomani della rivoluzione bolscevica gli artisti sono chiamati a dare il loro sostegno al nuovo governo: colori vivaci, ritmi serrati, grandi superfici pittoriche, temi ispirati alla lotta di classe, al mondo contadino o all’industria tecnologica sono i pilastri da cui il movimento muove i primi passi. L’arte deve agire sullo spettatore tramite un effetto biologico diretto, provocando degli stimoli bio- meccanici migliorativi della vita dell’uomo. È esattamente quello che succede nella Germania nazionalsocialista e nell’ Italia fascista: mai come nei regimi totalitari del ventesimo secolo l’arte, in ogni sua forma, è stata al servizio del potere nel complicato processo di creazione del consenso delle masse popolari. E mai come nei totalitarismi l’arte è stata “di massa” e “per la massa”: è, infatti, il popolo, nel ruolo di spettatore e fruitore, il destinatario del messaggio veicolato dal potere. Lenin promuoverà un’arte “comprensibile alle masse” e cercherà di tenere sotto controllo – di fatto tollerandole - le molteplici avanguardie che fioriscono negli anni ’20. L’arte sovietica doveva essere realista e socialista: quadri come “Il bolscevico” di Boris Kustodiev o il monumentale “Cerimonia di apertura del II congresso della Terza Internazionale” di Isaak Brodskij sono l’esempio della sintesi tra verità documentaria e simbolismo moderno. Con Stalin lo scenario cambia e l’arte entra nella sua fase “proletaria”: vengono privilegiate la pittura murale e le opere collettive, gli artisti devono giurare fedeltà al partito e dare un contenuto ideologico alle loro creazioni. La lotta di classe e la collettivizzazione delle terre imposta ai contadini di tutta l’Urss coincidono con il ripristino della tradizione stilistica tardo-ottocentesca.

La rivoluzione bolscevica e il proletariato avevano affidato alle avanguardie i suoi clamori, ora la dittatura staliniana affida alla censura e alla repressione qualsiasi forma troppo sperimentale. Si assiste così ad una involuzione della ricerca stilistica, fino a quel momento tentata dai giovani artisti, in favore di un realismo “socialista nel contenuto e realista nella forma”, come la definì Sergej Gerasimov, pittore ufficiale del regime staliniano. Espressione della “teoria del riflesso” (per cui ogni percezione è un riflesso, cioè immagine specchiata della realtà) sono le kartine, ovvero i quadri di grande formato a soggetto storico: “In una vecchia fabbrica degli Urali” di Ioganson, “I cercatori d’oro” di Jakovlev, “Guida, maestro, amico” di Segal segnano il massimo grado dell’iconografia sovietica degli anni Trenta. Con lo scoppio della Seconda Guerra mondiale, nel 1939, l’esigenza del regime cambia: occorre difendersi dall’invasore nazista e l’arte deve dare il suo contributo in questo senso. Il conflitto mondiale viene trasformato dai sovietici nella “Grande guerra patriottica” e la difesa della patria diventa il tema dominante della retorica ufficiale del regime. A questo periodo appartengono alcuni tra i più celebri e toccanti dipinti di guerra: “La madre del partigiano” di Gerasimov, la “Stalingrado” di Efanov, “L’asso abbattuto” di Deineka. Gli scenari tragici di morte e distruzione lasciano il posto a toni trionfalistici con la vittoria dell’Armata Rossa sulle truppe tedesche, nel maggio del 1945. L’esperienza della guerra viene così usata dal partito per cementificare e garantirsi la fiducia del popolo e l’arte ritorna ai canoni estetici classici: il “Maresciallo Zukov” di Jakoviev ricalca del tutto l’iconografia del Napoleone a cavallo creata da David.

La vittoria del popolo russo non libera, però, l’arte, che continua a restare asservita all’interesse primario del partito. Compiuta la lotta di classe, viene meno il bisogno di rappresentare figurativamente i conflitti sociali e la produzione artistica si orienta verso immagini edulcorate della società, in cui il lavoro diventa un piacere e le figure emanano una radiosità coinvolgente. A questo filone evocativo ed idilliaco si sovrappone il “culto del leader” imposto da Stalin: egli è l’idealizzato modello dell’ ”uomo nuovo” sovietico assurto ad un livello superiore, quasi divino. Solo dopo la sua morte, l’arte si svincola dalle norme imposte e si apre alle contaminazioni internazionali: lo “stile severo” dell’epoca Chruscev trae ispirazione dalle immagini sintetiche di Guttuso e dei muralisti messicani. Ritornano le sperimentazioni avanguardistiche degli anni Venti. In questo clima culturale, in costante bilico tra innovazione e conservazione, viene assestato il primo duro colpo al realismo socialista. Il quadro di Nikonov “I geologi”, esposto nella grande mostra del ’62 dedicata agli artisti proscritti sotto Stalin, provoca l’indignazione incontenibile di Chruscev: l’assenza di realismo e l’estrema semplificazione delle forme mettevano in discussione l’intero impianto ideologico del sistema artistico sovietico, cosa inaccettabile. Le lancette dell’orologio tornano indietro alle norme staliniste e con Breznev il processo di de-stalinizzazione avviato da Chruscev si ferma, creando una situazione culturale stagnante ed opaca. Muore l’idea- ideale di un’arte ufficiale sovietica e le avanguardie russe, anticipatrici sul tempo dell’arte contemporanea, prendono vie diverse, orientandosi spesso verso forme di controcultura clandestina (come nel caso del “Soviet Underground”). Tramonta l’etica del realismo socialista e l’artista cade addormentato sul sofà: “Il lavoro è finito” di Popkov mostra il pittore autoritratto nel suo studio mentre riposa, sotto una finestra affacciata su Mosca di notte. La città qui non è più il centro della vita proletaria, ma solo un sogno ad occhi aperti; non è più il riflesso specchiato del mondo esterno, ma il mistero oscuro della propria interiorità.

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30-12-2011 di Ilaria Sciadi Adel

“Mi piace pensare alla musica come a una scienza delle emozioni” diceva George Gershwin. Il Teatro Giacomo Leopardi di San Ginesio propone una stagione musicale fatta di sonorità altre e alte che inondano luoghi altri e alti, ponendo l’ascolto attento e la riflessione come strumenti indispensabili per saper cogliere tutta quella “dialettica delle emozioni” insita nella musica, quella vera.
Ad aprire le danze a ottobre è stato un trittico rock tutto made in Italy: la band pugliese “Broken Cords” che si fa portavoce di un modo nuovo di interpretare il rock italiano; i maceratesi “Family Portrait”, gruppo elettro- pop, che propongono un progetto musicale in cui suggestioni differenti si riuniscono sotto una veste popolare dal sapore retrò; e “The Bastard Sons of Dioniso”, gruppo rock italiano, figlio del talent show “X Factor” . Il prossimo appuntamento è per sabato 11 febbraio: i maceratesi “Logos” si esibiscono con “Classic rock & blues”; Marco Notari con la sua band “Madam”, insieme al gruppo torinese “Noam”, porta in scena il suo “caleidoscopio musicale” : “Io?”. Si giunge alla sperimentazione musicale che intreccia vecchio e nuovo, classico e contemporaneo, con i “Sur Sum Corda” e il progetto “Synusoide”, sabato 31 marzo e sabato 14 aprile.

Caleidoscopica matrice artistico-culturale caratterizza, invece, la stagione di prosa del Giacomo Leopardi, che presenta un “menu” interessante quanto variegato, che sa spaziare con disinvoltura tra molteplici forme artistiche. E’ stato lo spettacolo “Le ciliegie sono mature", di e con Marta Ricci, ad aprire il carnet, seguito dal reading poetico del giornalista Massimo Del Papa. Sabato 26 novembre è stata la volta di “Morso di Luna Nuova” con la regia di Roberto Becchimanzi. Sabato 5 maggio e sabato 12 maggio si approda al musical e alla commedia con “Il Marchese del Grillo” e “Da giovedì a giovedì”.

All’Auditorium Sant’Agostino di San Ginesio, infine, è andato in scena il concerto di inizio anno “Happy new year “ con il Corpo Bandistico della Città di San Ginesio. Da non perdere, il “melodramma giocoso” di Gaetano Donizetti “L’Elisir d’Amore” in scena lunedì 9 aprile, con la partecipazione della Nuova Orchestra Regionale delle Marche e la Corale Bonagiunta.

Articolo in collaborazione con CheMagazine!

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28-12-2011 di Federica Senigagliesi

Un film senza parole, girato in bianco e nero: un film d’altri tempi. Il regista è il francese Michel Hazanavicius - praticamente sconosciuto al pubblico italiano – e il titolo della pellicola è "The Artist". Titolo chiaro e semplice come la trama del film: fama, declino e rinascita del divo del cinema muto George Valentin, personaggio immaginario che fa l’eco a Rodolfo Valentino per la quasi omonimia, e a Clark Gable (il carismatico Rhett di "Via col vento") per i sottili baffetti e i modi eleganti. L’incontro, del tutto casuale, di Valentin con la briosa Peppy Miller, incarnazione perfetta delle ambizioni e dei sogni di quell’epoca, decreta la fine della sua fama cinematografica e, all’opposto, segna l’inizio di una fulgida carriera di attrice per la giovane Miller. Siamo nella Hollywood del 1927, nel pieno degli anni d’oro del cinema di produzione americana e tutto sembra rilucere. E’ in questo anno che avviene la prima importante rivoluzione della storia del cinema: il passaggio dal muto al sonoro, con l’uscita nelle sale del primo film parlato "Il cantante di jazz" di Alan Crosland. Nella pellicola di Hazanavicius questo momento è fondamentale anche per la vicenda personale di George Valentin, che continua a girare i suoi film senza sonoro, convinto che sia solo una "moda passeggera". Saranno proprio questa inettitudine e questa impreparazione ad affrontare i tempi che cambiano a condannarlo all’oblio cinematografico e alla miseria. Ma si sa, Amor omnia vincit, e Peppy Miller aveva qualcosa da rendere al caro George che le aveva aperto la strada per il paradiso hollywoodiano. Sarà proprio lei a prendersene cura nel momento più buio della sua disperazione...

I punti di forza di questo film sono numerosi: dalla bravura dei due attori protagonisti Jean Dujardin (che ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile all’ultimo Festival di Cannes) e Berenice Bejo (moglie del regista), alla fotografia accurata e allo stile in tutto fedele ai film muti del primo Novecento. Grande l’abilità del regista nel cimentarsi in una sceneggiatura senza parole: ci sono infatti voluti quattro mesi per aggiustarla, usando tutti gli accorgimenti tecnici necessari a rendere il film il più comprensibile possibile, senza ricorrere ad un uso troppo ricorrente – e quindi macchinoso – delle didascalie (che, al netto, sono davvero poche). Per ricreare un’atmosfera quanto più verosimile, Hazanavicius ha voluto, inoltre, che gli attori girassero le scene accompagnati da un sottofondo musicale tratto dai film muti originali dell'epoca.
"The artist" è, in definitiva, un omaggio spassionato alla settima arte e i veri cinefili avranno certamente colto le molte citazioni che il film propone. Il primo e forse più evidente riferimento è legato alla vicenda personale di Charlie Chaplin, che girò il suo primo lungometraggio sonoro molto tardi rispetto ai tempi: era infatti il 1940 quando uscì il memorabile "Il grande dittatore". Fino a quella data, Chaplin continuò a girare film senza sonoro, sfornando alcuni tra i suoi maggiori capolavori : "Il circo", "Luci della città", "Tempi moderni".

Il personaggio di George Valentin ricalca invece quello di Norma Desmond, nel celebre "Viale del tramonto" di Billy Wilder, ma anche la storia raccontata in "Giorni perduti", sempre di Wilder. D’altra parte, quello di Peppy Miller ricorda l’ascesa nel mondo dello spettacolo di Esther Blodgett in "E’ nata una stella", altro cult movie della storia del cinema. Anche il fidato cane di Valentin vanta una citazione degna del suo ruolo: quella del cagnolino che salva la vita al padrone in "Umberto D" del grande Vittorio De Sica.
Un altro omaggio lo troviamo nelle scene delle colazioni mattutine di George e consorte, ispirate alla famosa scena della colazione presente in "Quarto potere" di Orson Welles. Il tip – tap finale tra George e Peppy è, in ultimo, un chiaro rimando a quello ballato da Gene Kelly e Debbie Reynolds in "Cantando sotto la pioggia". Insomma, “ The artist” non è solo un film riuscitissimo e largamente apprezzato da pubblico e critica, ma anche un piccolo bignami del miglior cinema di tutti i tempi.

 

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27-12-2011 di Cristiana Lauri

Cosa hanno in comune una corteccia d’albero, un pc usato e dei cerchioni d’auto con una tela minuziosamente dipinta ad acquerello? Oppure dei ragazzi e degli anziani che osservano perplessi un televisore circondato da statuine di animali in miniatura?
La risposta è… “Intanto - Il mercato coperto degli artisti”. La manifestazione, giunta alla sua seconda edizione, è un’esposizione di arti visive per tutti i gusti: dall’astratto al figurativo, dalla tela alla ceramica, dalla fotografia al video, dal materiale riciclato alla ricerca pittorica. Un mix di tecniche e modi espressivi che hanno unito artisti ormai navigati e ragazzi alle prime esperienze, in una cornice ormai “storica” per il centro di Fermo, quale l’ex mercato coperto. La struttura, chiusa da tempo, non ha subito modifiche: gli artisti hanno dato sfogo alla loro creatività, inserendo liberamente le opere negli spazi dove, fino a qualche decennio fa, i fermani potevano fare la spesa dal loro alimentarista di fiducia.

E così tra mattonelle, crepe e vecchi infissi hanno trovato posto le foto di Nicola Zappalà, Stefano Marziali, Cinzia Alberti, Mario Dondero, Alessandro Miola, Lorenzo Trentuno e Carlo Berbellini; gli acquerelli delle pittrici Nataliya Lozovaiya e Maria Pia Funari, le tele di Patrizia di Ruscio e Silvio Craia. E ancora: Stefano Rosa ha realizzato degli orologi colorati partendo da cerchioni di automobili mentre Luca Corrina si è reso scultore di suggestive figure in legno di cortecce di alberi. Gabriele Mancini (in arte “Magaro”) sperimenta materiali inconsueti creando opere a metà tra la pittura e la scultura. Letizia Remoli nell’ “Omaggio a Charles Baudelaire” (acrilico su legno) richiama il poeta maledetto citando “I fiori del male”. Il giovane Francesco Massetti propone una “esposizione improvvisata di una persona che incomincia a capire il fumetto”, mentre Paolo Bazzani ha realizzato delle magliette dedicate all’evento.

Del tutto originale è la scultura di Francesca Blasi dal titolo “Vincè Portabagagli”, in cui è ritratto Vincenzo Rossetti, noto personaggio della città. “Il busto che ho realizzato in terracotta, lo coglie nella sua espressione tipica, con un lieve accenno di sorriso…” scrive la Blasi. L’opera è composta dal busto, le due mani con i manici delle valigie e la scarpa destra, tutto in fusione di bronzo, inseriti nelle pareti in mattoni antichi da cui emergono due valigie. Sarà collocata sotto l’Hotel Astoria, cioè di fronte alla fermata da cui partiva l’autobus per Roma, luogo dalla forte valenza simbolica.
Nelle opere di altri artisti viene celebrata la città di Fermo: Mario Maroni propone “Trenta anni fa un pomeriggio al Coni”. Nelle immagini di Fabrizio Zeppilli compaiono invece scene di vita vissuta in Piazza del Popolo e Piazzetta. Francesca Bambozzi ritrae portali del centro storico di Fermo. Nelle foto di Piero Properzi, non da ultimo, riaffiorano ritratti del mercato coperto, nel pieno della sua attività. Un luogo ricco di ricordi per i cittadini, antesignano dei recenti centri commerciali, nel cuore del centro storico della provincia. Tutti buoni motivi per dare vita alle parole di chi, a gran voce, auspica una nuova stagione per una realtà che i fermani di sicuro non vogliono dimenticare. Intanto… questa è la prova!

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17-12-2011 di Federica Senigagliesi

Quando la musica incontra il cinema, quando le immagini contaminano le parole e i suoni, ecco che nasce un nuovo linguaggio: ibrido ma sfacciatamente puro, come le note di un pezzo dei Joy Division. È questo linguaggio integrato che “Cinergie Musica" vuole far vedere: come un artista che usa la cinepresa possa raffigurare un altro artista che a sua volta tenta di interpretare il mondo attraverso i suoni.

La rassegna, giunta alla terza edizione, ha preso il via a novembre e proseguirà fino a febbraio; consiste in otto incontri di didattica cinematografica dedicati alla musica e ideati dall’associazione “Petite maison des sons et lumieres" di Porto Sant’Elpidio.

A ogni appuntamento vengono proiettati di film- documentari che raccontano la storia di alcuni tra i più importanti protagonisti della scena musicale di tutti i tempi: Doors, John Lennon, Rolling Stones, Lou Reed, Joy Division, solo per citarne alcuni.
Gli otto film in programma portano la firma di autori diversi tra loro sia per background che per mestiere, spesso non registi di professione ma fotografi, performer o semplici appassionati che si sono trovati nel posto giusto, al momento giusto, con la band giusta. I racconti diventano così veri e propri diari di bordo che documentano la registrazione di un album, la preparazione di un concerto, la vita sopra e sotto il palco. Il materiale delle pellicole attinge direttamente dagli archivi fotografici e audiovisivi dell’epoca: interviste inedite, scatti rubati dai backstage o dalle stanze d’albergo che creano film densi, pastosi, dalla grana grossa. Ed è anche questo uno degli scopi di “ Cinergie Musica”: contribuire al rilancio, alla rivalutazione e alla diffusione sul territorio della produzione cinematografica internazionale di elevato livello artistico e qualitativo.

Una riscoperta del cinema d’essai, il vero cinema, quello che non ha niente a che vedere con la logica dei multisala, così tanto spalmata e radicata nelle nostre abitudini. È in fondo questa la battaglia de “Le petite maison”: promuovere e diffondere una cultura dell’immagine dinamica e moderna che vada oltre il “consumo di evasione” e oltre gli stereotipi del “turismo artistico”.

Numerosi sono i laboratori ed i corsi che l’associazione organizza ogni anno, grazie anche al contributo e al supporto dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Porto Sant’Elpidio, col quale è stato sottoscritto un protocollo d’intesa destinato allo sviluppo di un Centro indipendente di ricerca, studio e divulgazione della cultura dell’immagine. È lo stesso Comune di Porto Sant’Elpidio che ha messo a disposizione dell’associazione due importanti sedi: Villa Murri , dove si trovano gli uffici e la sala operativa, e Villa Barucchello, dove si svolgono i vari eventi e incontri. Quelli di “Cinergie Musica” si tengono il venerdì sera alle ore 21.30 e per parteciparvi è necessario essere tesserati alla “Petite maison” (costo 5 euro, validità a tempo indeterminato), cosa che si può fare sul luogo prima di ogni incontro. Per le proiezioni seguenti è stato concordato un versamento di sostegno pari a 5 euro. La tessera dà il diritto di usufruire degli sconti presso le attività convenzionate con l’associazione: la libreria Ferlinghetti (sconto del 10% sul prezzo di copertina dei libri) e il cinema Sala degli Artisti (biglietto ridotto di 5 euro per tutti i film in tutti i giorni della settimana), entrambi di Fermo.
Per essere aggiornati sulle attività de “ Le petite masion” e per conoscere il programma di “ Cinergie Musica” informazione si può visitare il sito www.petitemaison.it

Programma

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16-12-2011 di Mauro Torresi

Sono esponenti del genere heavy-metal in provincia di Macerata. Hanno suonato in Italia e all'estero. Con il nuovo album “Night Club”, in uscita nel 2012, cercheranno di raggiungere la notorietà internazionale. I protagonisti di questo percorso sono gli Ibridoma, band metal e rock nata nel 2001 a Morrovalle. L'idea di formare il gruppo è venuta al batterista Alessandro Morroni. Sono, poi, entrati nella band il cantante Christian Bartolacci, i chitarristi Pietro Alessandrini e Simone Mogetta e il bassista Lorenzo Petrini.

Dall'anno di fondazione ad oggi, gli Ibridoma hanno all'attivo più di centrotrenta concerti e hanno realizzato tre lavori in studio. I primi due sono EPs autoprodotti: “Lady of Darkness” del 2005 e “Page 26” del 2008. Il primo album pubblicato sotto una casa discografica, la Sg Records, è stato “Ibridoma” del 2010. Nel corso degli anni ci sono stati cambiamenti nella line-up del gruppo, con l'uscita di alcuni membri “storici” e l'entrata di nuovi musicisti. Morroni e Bartolacci sono i due componenti della formazione originale ancora oggi nella band. Gli altri tre membri dell'attuale rosa sono i chitarristi Marco Vitali e Daniele Monaldi e il bassista Leonardo Ciccarelli.

Tutti questi cambiamenti hanno portato a un'evoluzione del sound degli Ibridoma, come spiega il batterista Alessandro Morroni. Ogni membro del gruppo, infatti, ascolta diversi tipi di musica, dal rock al metal estremo. “Di solito un componente arriva in sala prove con delle idee più o meno buone – ha raccontato Morroni – Poi il tutto viene sviluppato insieme”. “E' facile emergere, nelle Marche, come gruppo heavy-metal che fa pezzi propri?” abbiamo chiesto agli Ibridoma. “Sono dieci anni che ci impegniamo in tutti i modi per far crescere il nostro gruppo, anche se non è facile – risponde il batterista – Non ci sono moltissimi locali e molti fanno suonare solo cover band. Siamo comunque soddisfatti di quello che abbiamo ottenuto fino ad ora”. Diversi risultati sono stati raggiunti, visto che la band ha partecipato al tour italiano di Blaze Bayley come spalla nel 2009 e allo sloveno “Magic Circle Festival” nel 2010.

Le esperienze “live” all'estero sono state molto positive per la band. “Nelle nostre poche esperienze ho potuto notare che all'estero trattano tutti allo stesso modo – afferma il musicista – Anche se non sei nessuno, ti trattano benissimo e non ti fanno pesare la differenza con i gruppi big”. Per il futuro, sono in arrivo interessanti novità. Il nuovo album degli Ibridoma, intitolato “Night Club”, uscirà probabilmente nel 2012 e sarà composto da otto tracce registrate negli studi marchigiani della band. Il mixaggio è stato eseguito, invece, in Florida nei “Barbarosa Studio” dal produttore americano Michael Baskette. Per conoscere l'universo Ibridoma, è sufficiente digitare www.ibridoma.com.

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15-12-2011 di Federica Senigagliesi

"Mi sintonizzo con Dio, è la frequenza giusta, mi sintonizzo proprio io e lo faccio apposta". Questa canzonetta ve la porterete in testa per qualche giorno almeno. E non sarete appena usciti dalla messa della domenica mattina, ma da una sala cinematografica.

"Corpo celeste" è il primo lungometraggio di Alice Rohrwacher – sì, proprio la sorella dell'attrice Alba Rohrwacher - pellicola uscita lo scorso maggio, ma giunta agli onori delle cronache soltanto dopo la partecipazione all'ultimo Festival di Cannes nella sezione "Quinzaine de Realisateurs", dov'era l'unica opera italiana in lizza.

Il racconto è quello della crescita spirituale - e non solo- di Marta, tredicenne dagli occhi chiarissimi e dai capelli biondissimi, creatura quasi diafana, così diversa e lontana dai suoi coetanei di Reggio Calabria, città in cui Marta ritorna con la famiglia, dopo lunghi anni vissuti in Svizzera. La diversità della protagonista, volutamente enfatizzata da questi tratti somatici più nordici che mediterranei, si ritrova anche nella sensibilità con cui si approccia al mondo e alla quotidianità, al modo fideistico, e diffidente al contempo, con cui si avvicina ed interagisce con gli “ altri” : sua madre, l'insegnante e i suoi compagni di catechismo, il prete della parrocchia di periferia, dove riceverà il sacramento della Cresima. Ed è la preparazione alla cresima l'espediente narrativo intorno al quale si sviluppano le vicende umane di Marta e degli altri protagonisti, tra cui spiccano, per complessità e bravura, l'attrice dilettante Pasqualina Scuncia (nel ruolo di Santa, la catechista) e Salvatore Cantalupo ( nel ruolo del prete corrotto), già ottimo in film recenti quali "Gomorra" e "Lo spazio bianco". 

A fare da sfondo c'è il paesaggio urbano di Reggio Calabria, con i suoi ecomostri incompiuti e le "fiumare" che la percorrono: luoghi abbandonati e disumani, che denunciano un degrado proprio di alcune metropoli del Sud Italia e che diventano, nel film, la calamita attrattiva della curiosità di Marta. E', infatti, in un simbolico attraversamento di uno di questi fiumiciattoli che si chiude, o meglio inizia, il percorso individuale della ragazzina, scappata dalla cerimonia religiosa, che avrebbe dovuto suggellare la sua scelta di Dio.

"Corpo celeste" è stato da alcuni definito un film anticlericale, soltanto perché ha il coraggio di parlare della Chiesa, senza usare i soliti cliché scontati e comunemente accettati. Qui il parroco non è un "Don Matteo” che salva vite e anime dei propri fedeli, ma un prelato indifferente alle vicende interne della sua curia, indaffarato ad assicurarsi   preferenze elettorali per il candidato sindaco, che sostiene e dal quale si aspetta qualcosa in cambio. A fare da contraltare a questa Chiesa, c'è la figura di Santa, la perpetua e catechista, donna totalmente consacrata a Don Mario e alla sua missione di educatrice spirituale, che tenta con tutti i mezzi consentiti (karaoke, quiz multimediali, coreografie e canzonette ad hoc) di avvicinare e sensibilizzare i giovani rudi e difficili, che frequentano gli incontri di catechesi. Come la scia di una stella di passaggio, Marta attraversa tutto il film con andatura incerta e sguardo disincantato, ma consapevole, lasciando dietro questa consapevolezza una maturità che nessun sacramento religioso può assicurare.

Il film è liberamente ispirato al romanzo "Corpo celeste” di Anna Maria Ortese (edito da Adelphi), una intensa raccolta di scritti autografi che vanno dal 1974 al 1989.

Per saperne di più sulla pellicola, invece, si può visitare il sito www.corpoceleste.it

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14-12-2011 di Ludovica Polenta

“Il viaggio della speranza. Penso di nuovo a quelle parole che mi sono cadute negli occhi, per caso. Penso a Pietro. La speranza appartiene ai figli. Noi adulti abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso".”
Questa frase è una delle più significative e profonde del libro di Margaret Mazzantini, “Venuto al mondo”.

Un racconto completamente immerso nei giorni nostri, in cui Gemma, moglie di Giuliano e madre di Pietro, rivive tutto il suo passato in un viaggio verso la Bosnia. In questo luogo, precisamente a Sarajevo, ha vissuto gli anni più intensi della sua vita, poiché, tramite la sua amicizia con il poeta Gojko, ha conosciuto il “fotografo di pozzanghere”: Diego. I due si innamorarono perdutamente. All’interno del romanzo sono presenti moltissimi altri personaggi, che influenzeranno e guideranno la vita di Gemma in questo percorso, soprattutto nel suo disperato tentativo di diventare madre a tutti i costi. Così Gemma si confronterà spesso con la crudeltà della vita e, in particolare, con la terribile piaga della guerra, che devasterà l’ex Jugoslavia nel 1984.

I temi di questo libro sono molteplici: l’amore, la morte, la guerra, il rapporto madre-figlio. L’autrice li affronta in modo schietto, quasi crudo, quando descrive i cecchini che uccidono senza pietà civili indifesi o quando violentano e torturano le donne innocenti di Sarajevo o ancora quando racconta come si era trasformata la città. "Di notte la città sembra una bocca guasta di costruzioni rose dall’interno come denti divorati da una carie. Il buio diventa l’apocalisse. Non c’è traccia di vita. Le sirene degli allarmi sono voci dimenticate da un’allerta che non pare servire più a nessuno. Ogni notte Sarajevo muore. La notte è il coperchio che si chiude. I superstiti sono formiche che hanno seguito il destino della città per ostinata affezione e sono rimaste murate nella bara. Di notte resta solo il vento, che cala dalle montagne e si aggira come uno spirito inquieto in questa bocca sdentata".

L’autrice aggiunge al finale un colpo di scena tale da far rimanere senza fiato il lettore. E', quindi, inevitabile non rimanere “feriti” da questo libro, poichè veniamo immersi nel dolore e nella sofferenza. E' come se fosse tutto una lunga contrazione per poi venire al mondo e comprendere che anche dal male può nascere una speranza. In conclusione, un’ottima lettura che conduce chi legge ancora una volta nel tema della guerra, che ha accompagnato l’uomo in ogni epoca della sua storia, che sembra distruggere la vita e che, per questo, non bisogna dimenticare.

Tuttavia, l’amore e i valori positivi possono rappresentare ancora una spinta vitale, una ribellione silenziosa, ma potente contro le sofferenze e la morte, che inevitabilmente ogni conflitto porta con sé.

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