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Vivere in una terra di mezzo

24-01-2010

di Maria Rita Sciarrone*

Quando infine scegli di partire, di lasciare il tuo paese, vai incontro anche ad una serie di inconvenienti di natura quotidiana, come ho trovato scritto nell’ultimo libro recentemente letto di Fabio Volo (il tempo che vorrei ndr): “In città appena le persone prendono confidenza iniziano a sfotterti o a fare battute per come pronunci la benché minima cosa. Devi reimpostare nel cervello alcune parole lavorando sull’apertura o chiusura delle vocali”.

Una cosa che a distanza di anni non sono mai riuscita a fare, la chiusura della vocali. Eppure mi sono ritrovata spesso nella condizione descritta nel libro “vivere su una terra di mezzo: in città mi prendevano in giro per la mia pronuncia da meridionale, a casa le persone mi sfottevano perché dicevano che ormai parlavo" romano o marchigiano. Ed io mi sentivo spesso inadeguata, pensando a dove mi trovavo prima di dire una parola”. A volte dalla mia bocca venivano fuori espressioni maceratesi e i miei amici calabresi mi guardavano come un’aliena, mentre a Macerata stavo sempre attenta a non usare espressioni calabresi fin quando qualcuno non mi costringeva a farlo. Forse era l’incessante bisogno d’integrarmi che mi spingeva stupidamente a camuffare un po’ il mio più evidente biglietto da visita, quell’accento che tutti in fondo hanno sempre definito divertente, ma che a volte mi faceva sentire un pesce fuor d’acqua. Chi decide di partire sa che, inflessione a parte, si troverà sempre sospeso tra due o più vite, nella continua ricerca di frantumare le distanze. Eppure pur vivendo in questa condizione permeata da un’incessante nostalgia e voglia di avere il dono dell’ubiquità, chi decide di partire difficilmente tornerà indietro e se deciderà di farlo non sarà più lo stesso, perché ci sono dei viaggi che ti arricchiscono al punto che inevitabilmente torni cambiato e forse è per questo che non ho ancora il coraggio di tornare.

E’ un adattarsi e un riadattarsi continuo. Il viaggio in sé rappresenta senza ombra di dubbio una metamorfosi continua, ma necessaria per crescere e alla quale nessuno dovrebbe sottrarsi, perché ti permette di stare al mondo. E ogni viaggio ti farà nascere il desiderio di intraprenderne uno nuovo, ti lascerà addosso l’odore di libertà, ti farà riempire cassetti di ricordi, avventure e storie da raccontare, ti inonderà la mente di volti nuovi, di paesi e culture differenti, che magari non rivedrai più, ma che ti lasceranno nel cuore un frammento di vita vissuta. "Perché laggiù, tutto non è che ordine e bellezza, lusso calma e voluttà" (Charles Baudelaire, l’invito al viaggio, tratto dai fiori del male). E allora buon viaggio a tutti. (2 - fine)
Leggi la prima parte

*Corrispondente Progetto Leonardo da Dublino

in mezzo

Inviato da Chiara Fonzi il 28/01/2010 01:43
è vero, è come se avessi l'occasione di guardare in due finestre. Non appartieni a nessuno dei due giardini, eppure sei una delle poche persone cui viene dato il dono di mirare entrambi i panorami, piuttosto che ascoltare le opinioni altrui. Si acquisiscono nuove prospettive, si viene influenzati da entrambi i mondi, senza esserne inghiottiti, sospesi su di essi, galleggiando.
Io lo trovo affascinante... alla fine di tutto si appartiene al mondo intero, piuttosto che a un solo luogo, in cui a volte fa comodo rifugiarsi per paura dell'immenso e del diverso.

il dono...

Inviato da Maria Rita Sciarrone il 02/02/2010 01:01
Hai centrato l'obiettivo...viaggiare è davvero un dono che non tutti possono o sanno cogliere.Perchè molto spesso non si ha neppure la voglia di scoprire ciò che c'è al di fuori del nostro guscio.Perchè vi è la paura di rimanere delusi, perchè siamo più bravi a nasconderci dietro un pc piuttosto che incontrare l'altro. Spero quanto meno che quanto scritto susciti in qualcuno la voglia di partire.
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