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Uno strano anniversario: la marcia dei quarantamila

14-10-2008

di Marzo Luzzi

Il 14 ottobre 1980 migliaia di quadri e impiegati della Fiat, in giacca e cravatta, attraversano ordinatamente le strade di Torino: per il telegiornale rai sono 15 mila, per “La Stampa” 30 mila e per “La Repubblica” 40 mila; sarà quest’ultima stima a passare alla storia.

Stanno protestando perché la produzione è ferma da 35 giorni: gli operai e i sindacati hanno disposto il presidio di tutti i cancelli per bloccare il provvedimento dell’amministratore delegato Cesare Romiti, che ha comunicato l’intenzione di disporre la cassa integrazione a zero ore (sospensione totale del lavoro), per tre mesi, per 14 mila operai.

Il decennio precedente era stato il momento d’oro per il movimento operaio, che aveva vinto molte battaglie e creato una diffusa “coscienza di classe”. In moltissimi erano usciti dagli anni '70 pieni di fiducia nella possibilità di costruire una società diversa.

Gli anni '80 sono, invece, portatori di una gravissima crisi economica, che mette a dura prova il sistema produttivo del Lingotto. Nel settembre 1980 un pesante provvedimento padronale annuncia il licenziamento di 14.496 lavoratori. I consigli di fabbrica temono una mossa della direzione volta a decapitare l’organizzazione sindacale interna una volta per tutte, la tensione è alle stelle.

Così, dopo uno sciopero lungo più di un mese, i “colletti bianchi” stremati e guidati dal loro leader Luigi Arisio, sfilano silenziosamente per le vie della città facendo sfoggio di pochi cartelli, ortograficamente impeccabili. “Una rivoluzione borghese”, scriverà qualcuno. Dice Arisio:"Non siamo il partito dei capi (anni più tardi diventerà senatore e scriverà un libro intitolato “Vita da capi”). Siamo il ben più grande partito della voglia di lavorare, di produrre, di competere con la concorrenza". Quando la notizia della marcia si diffonde, tutti capiscono che si è segnato un punto di svolta da quale non si tornerà mai più indietro: la Fiat lascia il tavolo di contrattazione con Governo e sindacati, sul quale stava per concedere la cassa integrazione a rotazione a favore degli operai. I lavoratori cassaintegrati saranno 23 mila, gran parte dei quali presi tra le fila di quelli politicamente attivi. Ben pochi di essi torneranno in fabbrica.

Lo spartiacque è anche sociologico. Da quel momento in poi la rete di imprese e le reti di imprese svuotano lo spazio perimetrato in cui si realizzava l’organizzazione dei lavoratori, che diventa qualcosa di irrimediabilmente “altro” da quello che era stata, diventa come è ancora oggi. Se si vuole dire di no al capo, non si sa più come farlo insieme e discutere con lui sui tempi di produzione, i modi e gli organici.

Chi volesse prendere atto dell’epilogo della vicenda può assumere come paradigma la parabola delle carriere degli uomini nuovi di questo affaire, Arisio e Romiti, e la trasformazione (comincerà proprio in quegli anni) dei partiti di massa in quelli che i politologi di oggi chiameranno i “partiti pigliatutto”.

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