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Un rifugio per Bea

07-04-2010

di Marco Luzzi

Da quando Bea è stata lasciata in uno scatolone non apre quasi mai gli occhi: passa le giornate a dormire e a sognare una famiglia che la accolga e la faccia uscire dalla depressione. Per Ester si è dovuto ricorrere agli antidepressivi e a due mesi di alimentazione forzata, tanto era forte l’istinto di morte del trauma da abbandono. Miranda, invece, è stata dimenticata in autogrill, nel più triste dei cliché, con tutti i suoi cuccioli: ha dovuto lottare per sé e per loro, perdendo per sempre la capacità di fidarsi di un essere umano. Manolo ha riportato un danno neurologico e non è più riuscito a deambulare correttamente: l’hanno buttato via come un giocattolo rotto.

Tutte storie di gatti, dei “piccoli imperatori senz’orbe” tanto amati da Pablo Neruda e da una lunghissima serie di celebri estimatori, da T. S. Eliot a William Burroughs passando per il Cardinale di Richelieu, a cui pareva di accarezzare “piccole tigri”.
Questi mici sfortunati, assieme a molti altri, hanno trovato amore e un riparo (in attesa di una casa vera e propria) fra le mura del Gattile Rifugio di Ancona (http://www.antancona.org), una sezione locale dell’Associazione Nazionale Tutela Animali (Anta Onlus).
Il Rifugio è un edificio a due piani con giardino: al piano terra quasi quaranta musetti baffuti scorrazzano liberamente avanti e indietro, mentre le stanze del livello superiore sono riservate all’isolamento dei casi clinici più complicati e all’unico ospite canino dell’associazione (al Gattile sono tutti antispecisti convinti), il dolcissimo Cico. I volontari si mettono d’accordo fra loro per i turni, cosicché sette giorni su sette, di mattina, ci sia sempre qualcuno a pulire le lettiere, spazzare i pavimenti, lavare le coperte e spazzolare i graditi ospiti, che ricambiano estasiati con un coro di fusa. La sera, invece, è dedicata ai colloqui per le adozioni: i candidati vengono sì invitati a scegliere il loro gatto, ma devono dar prova di serietà firmando un foglio di affido e accettare di essere monitorati, prima per verificare l’esistenza di un ambiente adatto per l’animale e dopo, anche a distanza di tempo, per accertarsi che le bestiole si siano inserite e stiano bene.

I mici hanno bisogno di tutto: medicinali, cibo, sabbia per le cassette, detergenti di ogni genere per il mantenimento dell’igiene, ma più di ogni altra cosa quello che serve loro è una casa, un posto dove essere amati e dimenticare le ingiustizie subite. Per uno studente universitario, specie se fuori sede, è piuttosto difficile adottare un animale abbandonato, ma le associazioni di volontariato vivono della generosità del prossimo e le possibilità per rendersi utili sono tante: donare il 5 per mille, fare un modesto bonifico, diventare soci sostenitori. Ma attenzione a come vi muovete, perché come ricorda il solito Eliot “se il gatto decide di adottarvi non c’è niente da fare se non prendere atto della situazione”.

Nella foto, Pippo dagli occhi tristi

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