La foto del mese
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di Tiziana Lorenzetti
“Se ti sei innamorato una volta, sai ormai distinguere la vita da ciò che è supporto biologico e sentimentalismo, sai ormai distinguere la vita dalla sopravvivenza.
Sai che la sopravvivenza significa vita senza senso e sensibilità, una morte strisciante: mangi il pane e non ti tieni in piedi, bevi acqua e non ti disseti, tocchi le cose e non le senti al tatto, annusi il fiore e il suo profumo non arriva alla tua anima. Se però l’amato è accanto a te, tutto, improvvisamente, risorge, e la vita ti inonda con tale forza che ritieni il vaso di argilla della tua esistenza incapace a sostenerla. Tale piena della vita è l’eros. Non parlo di sentimentalismi e di slanci mistici, ma della vita, che solo allora diventa reale e tangibile, come se fossero cadute squame dai tuoi occhi e tutto, attorno a te, si manifestasse per la prima volta, ogni suono venisse udito per la prima volta, e il tutto fremesse di gioia alla prima percezione delle cose. Tale eros non è privilegio né dei virtuosi né dei saggi, è offerto a tutti, con pari possibilità. Ed è la sola pregustazione del Regno, il solo reale superamento della morte. Perché solo se esci dal tuo Io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio, e perché corri dietro di Lui”. Variazioni sul Cantico dei cantici / Christos Yannaras.
“Veronica ridammi il mio cuore” ha scritto un ragazzo innamorato su di un muro di fronte ad una scuola di Macerata. Il nostro cuore è molto di più che un semplice organo, è la sede dell’amore.
Ma oggi, in una società dove tutti noi siamo diventati degli oggetti facilmente intercambiabili, nell’epoca di “una botta e via”, di gratificazione immediata che lascia pensare che desiderio e soddisfazione possano essere un tutt’uno, sappiamo ancora che cos’è l’amore, che cosa significhi amare veramente?
L’amore è una ricerca dell’altro, ma per noi l’altro è ormai solo un mezzo per l’accrescimento del proprio sé, in perfetta coerenza con l’esasperato individualismo della società. Uomini e donne cercano nel tu il proprio io, e nella relazione non tanto il rapporto con l’altro quanto la possibilità di realizzare il proprio sé profondo che, nella nostra società non sempre si può esprimere nei ruoli che si occupano. Ma, attraverso un’intimità cercata per sé e non per l’altro, l’individuo non esce dalla sua solitudine, perché, nel cercare di reperire nell’amore se stesso, egli ha bloccato ogni moto di trascendenza. L’amore non è una ricerca di sé, ma dell’altro che sia in grado di alterare la nostra identità. L’altro, infatti, se non passa vicino a me come noi passiamo vicino ai muri, mi altera.
L’amore è la sola cosa capace di aprirci all’altro, è un’incondizionata consegna di sé all’altro.
Platone ne il Simposio definisce Amore come intermediario tra il mondo della ragione e il mondo della follia. Per accedere agli abissi della follia, occorre abbandonare le dimore dell’io e, per non perderci nella follia, occorre che ad accompagnarci sia l’amato.
Saper amare vuol dire recuperare uno dei sentimenti più caldi e originari del nostro stare al mondo; a maggior ragione in un orizzonte razionale come il nostro, dove i sentimenti sono gestiti in maniera manageriale, a seconda del contesto specifico e dell’utile immediato.
L’amore è la sola cosa capace di aprirci all’altro, è un sentimento che può portarci a dire all’altro, soprattutto quando un amore finisce o non è corrisposto: “Ridammi il mio cuore!”, perché è il cuore che ci fa prendere congedo da noi stessi per fare spazio all’altro. E’ il cuore che ci fa avvicinare all’altro. Per questo dobbiamo vivere l’amore cercandone la pienezza e l’eternità, anche se alcune volte può essere transitorio o ingannevole. Perché, come dice Umberto Galimberti: “Forse siamo al mondo solo per assaporare per brevi attimi questa esperienza che sembra sia concessa solo agli umani”.