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Sei ragazze turche, una italiana e un’amicizia

25-02-2010

di Claudia Zavaglini

Risale a forse un anno e mezzo fa un mio articolo molto duro nei confronti della mancanza di rispetto di certi studenti Erasmus coi quali mi ero trovata a convivere in collegio per un intero anno accademico. Era stata una convivenza forzata dalla necessità di usare la stessa cucina e dai muri troppo sottili per attutire grida a tutte le ore e schiamazzi.

Poi, per fortuna, presto o tardi la vita mostra che esiste, come sempre, un “altro lato” della medaglia. Quest’anno, al rientro nella mia fredda e vuota, ma amatissima, stanza maceratese, ho trovato sei ragazze turche, parlanti turco e inglese. Ora, io non so mettere in fila più di due parole in inglese, figuriamoci in turco. C’erano, insomma, tutte le condizioni, linguistiche in primis, perché i nostri mondi restassero, ancora una volta, separati - com’era stato per me con gli spagnoli due anni prima. Con mia grande sorpresa e gioia, però, le cose sono andate in maniera totalmente diversa.

Da un iniziale approccio mimico-gestuale, siamo passate piano piano a un inglese scolastico (How are you? Fine, thanks. ) e, infine, a servirci di una lingua ibrida in cui inglese, italiano e turco convivevano (Claudia, nasilsin? Iyiyim! Sen nasilsin? Bene. See you later canim.).
Le conversazioni erano portate avanti con l’aiuto del dizionario, o grazie alla scansione delle parole, alla riformulazione delle frasi in altre forme o alla ripetizione.

Da qui, siamo arrivate a parlare di cucina italiana e di cucina turca, delle differenze culturali, del perché alcune donne portano il velo in Turchia ed altre no, delle nostre famiglie, dei nostri progetti, di viaggi, di tutto. Abbiamo preparato insieme dolci turchi e italiani. Loro si sono meravigliate della mia colazione con latte e cacao e io della loro fatta di uova, o crepes, o crostini o ancora cose che per me non stavano né in cielo né in terra, compreso il miscuglio di dolce e salato. Abbiamo riso del mio inglese, del mio turco e del loro italiano. Abbiamo passato in rassegna le espressioni italiane, le espressioni turche (“In bocca al lupo!”, “Grazie”, “No, crepi!”, “What does it mean?” e da lì a spiegare. “Ellerine Sağlık!”, “What?????” e lì a cercare di farmi capire).

I giorni erano per ognuna di noi diversi ma, all’ora di cena, in cucina c’eravamo tutte: compresi lo yogurt, ingrediente base della cucina turca, e il pure fondamentale profumo di cipolla, che entrava in camera mia senza bussare e mi annunciava immancabilmente, ogni sera, che loro erano già di sotto e stavano cucinando. E io, felice, correvo giù, in cucina, certa d’esser accolta dal loro sorriso, dalle loro parole “estranee” e vicine.

Ho scoperto, grazie a loro, che l’amicizia non ha bisogno di una lingua e che l’affetto non vola sulle parole. Che è più diverso da me il mio compagno di corso, cresciuto dove sono cresciuta io. Che forse è più diversa da me la mia migliore amica. Che è più lontano da me colui che non mi comprende senza le mie parole. Vicino è chi non ne ha bisogno, o almeno, chi può farne a meno.

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