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Quando un erasmus bussa alla porta

20-10-2008

di Donato Gualtieri

A volte ci penso ancora a quello strano tipo che ha condiviso per quattro mesi la mia casa e la mia vita. Ora sarà tornato in Slovenia, oppure, come vagheggiava ogni tanto, starà facendo il cameriere su una nave da crociera?

Buon vecchio Mika, qualsiasi cosa stia facendo, spero che tu sia felice e che ricordi con piacere la tua permanenza a Macerata.

Vivere con uno studente Erasmus è anche questo: costruire dei rapporti che vanno al di là della frequentazione quotidiana. Certo, le difficoltà, soprattutto all’inizio, sono tante e molto spesso ci si scontra con il muro della incomprensione linguistica. Ricordo ancora i miei inutili tentativi di parlare con lui in italiano. Eppure, a Portorose, nella sua Facoltà di Scienze del Turismo, aveva superato la prova di conoscenza della nostra lingua. Nonostante questo, per tutto il tempo in cui abbiamo abitato insieme, la lingua ufficiale delle nostre chiacchierate è stato un inglese ottimamente parlato da lui, a cui presto mi sono dovuto adeguare. E per questo non lo ringrazierò mai abbastanza.

Di quell'esperienza serbo i ricordi più belli, ma ciò non significa che la convivenza con uno studente straniero sia tutta “rose e fiori”. Le prime settimane servono a “studiarsi” , a volte anche con una certa diffidenza, a comprendere le rispettive abitudini, a rispondere a domande a volte apparentemente ingenue (esempio pratico: “Perché nei bar non si può fumare?”), che, invece, aprono uno spiraglio su un diverso modo di concepire il quotidiano. All’inizio non sarà raro che lo studente “autoctono” debba diventare una via di mezzo tra un ufficio informazioni e un cicerone per chi arriva da una realtà diversa. È un compito che richiede pazienza e dedizione, ma che porta con sé una dote di soddisfazione pari al carico di responsabilità e sacrificio.

Quante passeggiate per fargli conoscere i posti più frequentati dagli studenti (anzi, come chiedeva sempre lui, dalle “ragazze”), quante mattinate sacrificate per guidarlo nel labirintico sistema di informazione e tutoraggio per studenti stranieri. In quel momento i miei piedi lo avrebbero maledetto, ma ora sono felice di averlo aiutato. Certo, avrei volentieri fatto a meno di essere svegliato nel cuore della notte dalle sue telefonate quando dimenticava le chiavi a casa o di essere intossicato dalle sue 40 sigarette giornaliere (si sa, in Slovenia le “bionde” costano meno, e si vede…), ma senza questi piccoli nei non ci sarebbe stato neanche il resto: le serate passate a parlare dei sogni e dei progetti davanti ad un ottimo bicchiere di vino sloveno, le uscite e le feste con i suoi strampalati colleghi spagnoli o greci, le risate e gli scherzi sulla sua incapacità di cucinare una pasta anche lontanamente avvicinabile alla normalità. Insomma, non ci sarebbe stata quell’esperienza di vita che mi ha aperto nuovi orizzonti e che mi ha reso una persona più aperta e disponibile.

Se un giorno dovesse bussare a casa vostra uno studente Erasmus, dopo i logici cinque minuti di esitazione, non abbiate dubbi: aprite la porta all'opportunità di crescere e di far crescere.

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