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di Marco Fiori
Una discussa mozione politica ha portato in evidenza una realtà oramai non eludibile: il numero di alunni e studenti non italiani nelle scuole statali sarà nell’anno scolastico 2008/09 sempre più significativo e rilevante.
Dati indicativi parlano di una percentuale che supera il 7% con punte, in alcune regioni, del 20%. Il fenomeno è particolarmente rilevante nelle scuole dell’infanzia, che nelle grandi città, come Milano, Torino e Roma, o in aree interessate in modo particolare dai flussi migratori, come Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, ma anche l’Umbria e le nostre Marche, vedono una presenza massiccia, quando non preponderante, di bambini “stranieri”.
Diverse le reazioni a questa situazione: alcuni rilevano la necessità di istituire delle “quote” o “tetti” di alunni stranieri in ogni classe. Questo è uno dei punti presenti nella recente mozione presentata dalla Lega in Parlamento, diventata nota per la proposta di istituire “classi-ponte” o “differenziate” per coloro che non superino un test di lingua italiana. Altri sostengono il diritto delle famiglie residenti, di qualsiasi provenienza esse siano, a iscrivere i bambini nella scuola che preferiscono.
Per avere un parere più autorevole, abbiamo rivolto un quesito alla professoressa Livia Cadei, ricercatrice, che a questi argomenti ha rivolto un’attenzione particolare:
Che cosa può fare la scuola, soprattutto d’infanzia e primaria, per favorire il difficile processo di integrazione e non diventare luogo di scontro precoce?
Si tratta di una questione complessa, che trova con difficoltà soluzioni semplici. Per favorire il processo di integrazione scolastica occorre, probabilmente, adottare una visione più ampia del concetto di rendimento scolastico. In esso, infatti, sono intrecciate dimensioni strettamente collegate con gli aspetti della vita scolastica, personale, sociale e culturale ecc. È chiaro che, se le esperienze degli alunni al di fuori delle lezioni sono tali da far sì che essi non siano pronti per imparare quando le frequentano, verosimilmente non potranno avvantaggiarsi della loro istruzione scolastica. L’integrazione scolastica, allora, non prescinde da un’attenzione estesa alle opportunità educative e ricreative offerte a bambini e ragazzi al di là dell’impegno scolastico.
In questo senso, se è chiaro che l’intervento della scuola è rivolto prioritariamente a favorire e costruire un clima relazionale di integrazione, la sua azione si svolge su due piani e si snoda in due tempi. La scuola sviluppa interventi sia su di un piano “interno”, promuovendo legami e relazioni fra i minori che frequentano l’ambiente scolastico, sia “esterno”, articolando rapporti con il territorio per promuovere opportunità educative complementari. Ancora, l’integrazione scolastica si colloca tra il “prima”, vale a dire il tempo che precede l’esperienza dell’inserimento nell’ambito scolastico, la dimensione della vita familiare e lavorativa dei genitori e il “dopo”, cioè l’integrazione sociale e lavorativa del ragazzo che ha completato il proprio percorso formativo.