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L’armonia ritrovata

05-11-2008

di Tiziana Lorenzetti

Magico sogno
Se il cielo desistesse dal diffondere le dolci melodie di stelle, il mio rosso cuore non danzerebbe più.

Lui vive solo perchè le profonde note stellari creano sinfonie d’amore. Ed io, magica nota lunare irraggiungibile da chi non possiede la chiave dei sogni sono viva di splendide emozioni.

Quell’immagine di arcobaleno capovolto avvistata a Cambridge (fenomeno insolito che si produce nelle aree polari), è il segno di una disarmonia che abita in noi e nell’universo.
Ma come fare per ritrovare l’armonia perduta, quel caldo abbraccio con l’universo e, quindi, con il Tutto?
Francesco Adornato, preside della Facoltà di Scienze politiche, ha detto durante l’inaugurazione dell’anno accademico 2006/2007 che “il nostro Ateneo ha una secolare tradizione di ricerca umanistica, che va ulteriormente incrementata nelle sue diverse espressioni, proprio perché davanti alle trasformazioni economico-sociali ed istituzionali che stiamo conoscendo, si avverte sempre più la necessità di approfondire, costruire, porgere conoscenze in modo non esclusivamente parcellizzato, né meramente tecnocratico, ma sulla base di un umanesimo in grado di affrontare la frammentazione individuale e collettiva che stiamo vivendo”.
Una frammentazione che ci sta sempre più disgregando, fino a trasformarci in minuscoli granelli di sabbia che, separati tra di loro non hanno più senso, più visibilità.
Mentre Vitantonio Gioia, docente presso la Facoltà di Scienze politiche, durante l’inaugurazione del 718^ anno accademico, ha detto che “Se non proviamo a immaginare nuovi modelli della società futura, l’unica alternativa che resta è l’amara e rassegnata presa d’atto delle paralizzanti e drammatiche contraddizioni del presente. La trappola dell’abitudine diventerà anche una prigione per il pensiero scientifico”.
E allora liberiamoci da questa prigione, da questa quotidianità che rende tutto grigio come colate di cemento, come anonime divise da lavoro e che ci impedisce di vedere con occhi sempre nuovi la realtà che ci circonda.
All’uomo economico, funzionario, manager della tecnica tutto individualismo e amor proprio, che nasce, cresce, lavora, produce, consuma, invecchia e muore senza riuscire a rintracciare nella propria biografia una traccia di sé in cui riconoscersi e a cui dare espressione, perché, seppur fornito per natura di una coscienza, vive una vita irriflessa a cui non presta la minima attenzione. Contrapponiamo la persona, la cui attività lavorativa è finalizzata alla trasformazione del mondo come luogo da abitare, spazio da condividere e non come terra da usurare o in cui primeggiare. Si tratta di “mettere in contatto” il nostro cuore con la mente e la nostra mente con il nostro comportamento, e il comportamento con il riverbero emotivo che gli eventi del mondo incidono nel nostro cuore. Sono queste “connessioni” che fanno sì che il nostro cuore, prima di ragionare, senta che cosa è giusto e che cosa non è giusto, chi siamo e che cosa ci facciamo in questo mondo. Come scrive Salvatore Natoli: “Se noi siamo capaci di etica, cioè di mettere in accordo il sentimento della nostra libertà con il sentimento della comunità, se noi siamo capaci di etica, allora facciamo fiorire il deserto. Non è necessario uscire dal deserto. La nostra azione morale nel passaggio fa fiorire il deserto. Se siamo capaci di patteggiare valori, possiamo far fiorire il deserto. Se non siamo capaci di questo, anche se vivessimo in un meraviglioso giardino, questo tornerebbe a essere deserto. Questo vuol dire diventare capaci di morale”. Ma - prosegue Natoli - se l’etica si costruisce solo sul patto, che è uno scambio di interessi, non è il massimo, perché in fondo è motivata dall’interesse. Lo scatto più grande è essere disponibili all’altro: questo è il dono. E c’è una parola che lo contrassegna, che si chiama “amore”. Il culmine dell’etica è la capacità di amare. Mentre Umberto Galimberti ama ripetere ciò che ha detto Christos Yannaras, il maggior teologo greco-ortodosso del nostro secolo: “L'Amore è offerto a tutti, con pari possibilità. Ed è la sola pregustazione del Regno, il solo reale superamento della morte. Perché solo se esci dal tuo Io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro a Lui”.
Solo con queste esperienze l’arcobaleno ci apparirà splendente, meraviglioso e in armonia con il Tutto.

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