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di Ilenia Paciaroni
“Oooooooooooooooooooooooooommmmmmmmm”.
Con altre quindici persone circa mi sorprendo a pronunciare quella che per altri popoli è il sacro mantra (senza, a dire il vero, averne ben capito il senso). È l’ultima “pratica” della mia lezione di prova di yoga. Qualcosa mi attira in tutto quello che ho appena cercato di fare, ma non so bene cosa. Che sia la calma dell’insegnante e la sua padronanza del corpo? Che siano le numerose suggestioni che ho appena ricevuto o i ricordi che affiorano in seguito ai libri letti e ai film visti? Di certo ho capito che ci sono tanti tipi di yoga e tanti modi per rapportarsi ad esso.
Il termine deriva dalla radice sanscrita “yuj” e significa “unire, aggiogare, congiungere, mettere insieme, controllare, integrare”. Indica sia l’azione di “mettere sotto il giogo” (cioè mandare in una stessa direzione) le forse psico-fisiche dell’uomo, sia il metodo per “congiungere, riunire” l’anima individuale al principio originario. Costruendo l’armonia nel proprio io è possibile essere in piena sintonia con il tutto.
C’era una volta nell’Oceano Indiano un pesce, che improvvisamente viene attratto nei pressi di una caverna da una voce melodiosa: è quella del dio Shiva che sta mostrando alla sposa Parvati le posizioni (âsana) da lui create destinate solo agli dei. Ascoltando tali insegnamenti, il pesce si trasforma in uomo e, divenuto Matsyendra (in sanscrito significa “pesce fatto uomo” o “signore dei pesci”), tramanda in segreto le tecniche apprese ai suoi discepoli, divenendo il primo yogin.
Al di là della leggenda, non conosciamo esattamente le origini dello yoga, ma di certo come pratica ascetica nasce in India nell’ambito del monachesimo indiano e tibetano. Viene poi sistematizzato nella sua formulazione classica con gli “Yoga-Sutra” di Patanjali indicativamente tra il II e il V sec. d.C. Dagli antichi Veda, i testi religiosi redatti in sanscrito tra il XVIII e VII sec. a. C., infine, derivano i diversi sentieri filosofici chiamati darshana, di cui fa parte lo yoga.
Per tradizione si considerano quattro principali forme di yoga: lo Jnâna Yoga, lo yoga della ricerca intellettiva; il Bhakti Yoga della devozione; il Râja Yoga, della concentrazione interiore e, infine, il Karma Yoga, dell’azione disinteressata fatta per amore verso il divino. Secondo i grandi saggi tali forme non sono disgiunte, ma tendono sempre a integrarsi, per svilupparsi in numerose varianti. Oltre a queste esistono altri tipi di yoga, tra gli altri, il Mantra Yoga (delle vibrazioni sonore che collegano la mente allo spirito), il Tantra Yoga (dell’unione universale), il Kundalini Yoga (del risveglio e dell’energia universale) e l’Hatha Yoga (dell’equilibrio e dell’armonia). Quest’ultimo è particolarmente diffuso in Occidente, forse perché il più “compatibile” con la mentalità. Dal punto di vista fisico si basa sulle posizioni (âsana) e sulle respirazioni controllate (prânayama), ma la mente non è meno importante, come spiega lo Swâmi Shivânanda: “L’uomo che cerca l’autodominio deve farlo su tutti i piani (fisico, mentale e spirituale), perché essi sono tutti collegati, anzi sono diversi aspetti della stessa Coscienza Universale. Con le tecniche dell’Hatha Yoga l’adepto avrà un corpo perfetto che sarà lo strumento ideale per l’armonica attività della mente”.
Per tornare a noi, alla fine della lezione ho chiesto spiegazioni a proposito dell’Om: in India è il suono sacro, perché universale, all’origine del tutto, la cui pronuncia ha effetti benefici nell’inconscio. Nell’Atharva Veda (IV-1-4) la spiegazione: “L’Uno che creò l’intero Universo è chiamato il Padre e il Signore. Da lui fu emessa la vibrazione del suono Om, che conferisce la vita a tutto il cosmo. Possa questa parola primordiale espandere ovunque, cantando la lode a Brahma, la sorgente della vita e dell’energia, il Sole”.