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di Chiara Fonzi
A un secolo dalla sua nascita ricordiamo Indro Montanelli, il professionista che ottenne numerosi riconoscimenti da tutto il mondo per il suo lavoro di giornalista e che all'età di 82 anni rifiutò la carica di senatore a vita, per "tenere il potere a una distanza di sicurezza".
Come ricorda la Carta dei doveri del giornalista “La responsabilità del giornalista verso i cittadini prevale sempre nei confronti di qualsiasi altra e il giornalista non può mai subordinarla ad interessi di altri e particolarmente a quelli dell'editore, del Governo o di altri organismi dello Stato”.
La sopracitata Carta fu sottoscritta dall'Ordine dei Giornalisti due anni dopo il 'no' di Montanelli al Senato: era il 1993.
In quell'anno Indro Montanelli consegnava invece le dimissioni da direttore del quotidiano Il Giornale, da lui fondato negli anni 70, all'allora editore Paolo Berlusconi, in carica da poco; l'attuale primo ministro Silvio Berlusconi aveva infatti ceduto dopo 16 anni il suo posto di editore al fratello, a causa della legge Mammì, creata per evitare il monopolio dei mezzi di comunicazione.
Montanelli dichiarò che Silvio Berlusconi era stato un editore molto professionale, che non aveva mai interferito col lavoro dei dipendenti, ma che quando decise di entrare in politica convocò direttore prima e redazione poi, per chiedere il sostegno alla campagna elettorale, per cui Montanelli non poté accettare e diede le dimissioni.
Seguirono più di 30 lettere, tutte dei giornalisti che preferirono dimettersi e seguire il loro direttore nella fondazione del nuovo quotidiano “La Voce”, che ebbe però vita breve, per mancanza di finanziamenti.
Non solo Montanelli non sostenne la campagna di Berlusconi, ma divenne uno dei suoi più accesi critici, nonostante il loro rapporto professionale passato e nonostante la sua ideologia di destra liberale.
Montanelli morì nel 2001. Visse una vita ricca e varia, fu fascista, anarchico e perfino partigiano e lavorò per diversi giornali italiani, francesi ed americani.
Negli anni 40 fu espulso dal Partito fascista, per un articolo sulla battaglia di Santander che aveva scritto come corrispondente (guerra civile spagnola).
Fu incarcerato a Gallarate e a San Vittore, perché partigiano, e scampò la sentenza di morte con l'evasione.
Negli anni 70 fu licenziato dalla neodirettrice del Corriere della Sera, per alcune dichiarazioni polemiche sul cambio dei vertici.
Fu per questo che fondò Il Giornale, per esprimersi liberamente, la conseguenza fu un attentato delle Brigate Rosse, che lo ferì alle gambe.
Tornando alla Carta per un ultimo sguardo si può leggere anche che il giornalista “Non deve inoltre pubblicare immagini o fotografie particolarmente raccapriccianti di soggetti coinvolti in fatti di cronaca, o comunque lesive della dignità della persona; né deve soffermarsi sui dettagli di violenza o di brutalità, a meno che non prevalgano preminenti motivi di interesse sociale”, che “...le fotografie e le didascalie non devono travisare, né forzare il contenuto degli articoli o delle notizie”.
Mi vengono in mente non solo le immagini televisive in onda durante il recente terremoto in Abruzzo, ma anche quelle sulle “stragi del sabato sera”.
Certo raccapriccio, dignità e interesse sociale sono concetti molto personali, no?