La foto del mese
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di Maria Rita Sciarrone*
“Salve, è la referente del progetto Leonardo. Volevo comunicarle che il colloquio è andato bene e che se ha intenzione di accettare, la prossima settimana deve essere a Dublino”. Ho sempre creduto che ci sia un momento giusto per ogni cosa, solo che non è sempre facile individuarlo. E così neanche ti rendi conto quanto una telefonata possa cambiare il corso di una giornata decisamente al di sotto delle tue aspettative. Perché quel momento giusto, quella notizia giusta potrebbero arrivare quando tu ancora temi di non essere pronto. Pensi di non avere abbastanza tempo per scegliere e nel frattempo il treno potrebbe ripartire. E così resti fermo ad ascoltare quella voce dall’altro capo del telefono, come perso in un’altra dimensione e davanti ti passano mille immagini e mille suoni e puoi fare due cose: o stare a guardare la tua vita da spettatore passivo o scegliere di essere protagonista.
Probabilmente non si è mai pronti per l’incognito, ma forse è più semplice mollare tutto e partire quando sai di non aver nulla da perdere, quando sai che non c’è niente e nessuno che potrà condizionare la tua scelta. Ed io di questo ero certa e d’istinto ho detto “Sì, parto anche domani”. Forse perché non è da tutti avere la fortuna di godere di una seconda possibilità, come stava succedendo a me in quel momento. Chiuso il telefono mi sono guardata intorno, ho guardato la città in cui avevo trascorso due anni intensi e carichi di emozioni. Un po’ mi dispiaceva lasciarla. Paradossalmente ero angosciata. Le partenze mi hanno sempre angosciata, soprattutto quelle che appaiono definitive.
Sono quasi dieci anni che la mia vita è fatta di arrivi e partenze. Ricordo quando ho lasciato il mio paese di appena 18.000 anime per la prima volta, quando nessuno dei miei amici credeva che l’avrei fatto. Troppo attaccata alla mia famiglia per partire, troppo legata a quella terra per vivervi lontano. Tutto vero. Infatti se avessi potuto avrei messo in valigia la mia famiglia, gli amici di sempre, un po’ di mare, un raggio di sole e una serie di sapori e odori di quando ero bambina. Invece, ho dovuto lasciare tutto lì in un fermo immagine, sapendo che mi sarebbe mancato quel mondo fatto di cose semplici e avevo paura che al mio ritorno avrei trovato ogni cosa cambiata rispetto a come l’avevo lasciata. Ma col passare del tempo mi accorsi che ogni volta ero io ad apparire diversa, gli occhi con i quali guardavo quei luoghi di sempre erano diversi e mentre i miei orizzonti si ingrandivano, vedevo la realtà che avevo lasciato rimpicciolirsi sempre più. A volte ho pensato che sarebbe stato meglio se fossi rimasta chiusa nel mio piccolo mondo fatto di cioccolata.
A volte ho odiato il paese e la regione in cui sono nata. L’ho odiata perché io volevo restare, ma non ce l’ho fatta. Non ce l’ho fatta a vivere in un paese dove le regole sono l’eccezione. E mi sono sentita in colpa per questo. E’ come se le avessi detto: “Io me ne lavo le mani”. E quando questo senso di colpa non mi ha fatto dormire la notte, allora sono tornata, mi sono rimboccata le maniche e ci ho anche provato a costruirmi un futuro nella terra il cui nome in questi ultimi giorni è sulla bocca di tutti. E cosa potrei dire se non che è tutto vero? Che la Calabria è anche questo? Mi sono vergognata a volte di questa terra che ho sempre difeso con le unghie e con i denti. Non siamo tutti così già, ma a che serve puntualizzarlo a questo punto? Io so di essere una cittadina onesta - se ha ancora un senso questo termine - ma che bisogno ho di urlarlo al mondo intero? Francamente non me la sento più, giacché a differenza degli anni passati non mi sento più vittima. Mi sono indignata nei confronti di chi fonda la propria ricchezza sfruttando chi non ha nulla da perdere - le vere vittime - ma a che serve la mia indignazione adesso?
La mia vita in Calabria è stata spesso permeata d’indignazione. Io e tanti miei amici ci siamo spesso indignati. Poi c’è stato chi si è abituato allo stato delle cose ed è arrivato a pensare che fosse così ovunque e che tanto ribellarsi non serviva a nulla. C’è stato chi non ha mai voluto aprire gli occhi e si ostina tutt’ora a ripetere che la mafia non esiste. C’è chi ha avuto più coraggio ed è rimasto per cambiarlo lo stato delle cose. E c’è chi non ce l’ha fatta e appena ha potuto è fuggito via. Come me che sono ripartita, col desiderio sempre vivo di tornare un giorno. Partire può significare anche questo: voler ritornare. Ma anche per ritornare ci vuole coraggio, molto più coraggio. (1 - continua)
*Corrispondente Progetto Leonardo da Dublino