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di Marco Fiori
Al termine del partecipato e felicemente fluviale incontro del giudice Giuseppe Ayala, tenutosi il 4 marzo scorso nell’Aula Magna della Facoltà di Scienze della formazione e di cui da ampio conto l’articolo della collega Marinella Bosi, sono venute spontanee alcune curiosità e puntualizzazioni.
L’interessato ha risposto con il tipico garbo siciliano. Allo spunto offerto dal legame esistente tra legalità e democrazia, Ayala ha subito legato la definizione di legalità come pilastro della vita democratica. Tanto più le regole vengono rispettate, tanto più la democrazia viene rispettata: di più, non dovremmo limitarci ad esercitare comportamenti adeguati, ma pretendere dagli altri il rispetto delle buone regole del vivere civile. Il magistrato ha portato ad esempio l’ostracismo che negli Usa colpisce coloro che commettono reati come l’evasione fiscale.
Riguardo il concetto di educazione alla legalità, Ayala ha sottolineato la necessità di curarlo soprattutto nei giovani – contraenti deboli nel patto sociale – reintroducendo magari l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole, con contestuale approfondimento della nostra Costituzione. Il magistrato ha poi insistito sulla massima “poche regole, ma chiare”: la proliferazione di leggi, malvezzo italico, diventa solo strumento di confusione e sostanziale impunità.
L’ultimo argomento trattato è legato alla figura di Leonardo Sciascia, gigante culturale e letterario del secondo Novecento italiano, analista critico della mafia in alcuni suoi famosi romanzi (“Il giorno della civetta”, “A ciascuno il suo”) e autore di un importante e controverso articolo apparso sul “Corriere della Sera” del 10 gennaio 1987, I professionisti dell’antimafia, in cui prese posizioni discusse sulle presunte agevolazioni di carriera che avrebbero conseguito coloro che molto impegno avevano negli anni contrastato Cosa Nostra (in particolare, Paolo Borsellino). Ayala ne ha dato un ritratto breve ed affettuoso, ricordando la figlia dello scrittore Paola, sua compagna di scuola, e i silenzi leggendari le volte che ha avuto la ventura di incontrarlo. Sciascia era un taciturno, la cui conversazione si animava solo se spinto sui suoi argomenti culturali preferiti, come l’Illuminismo e Voltaire, di cui citò una massima a lui attribuita:« Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo».