| |

La foto del mese

Giovanni Allevi al piano di UniMc
Foto di Pixelmatica Macerata

Archivio »

Basta catene di Sant’antonio!

12-07-2008

di Ilenia Paciaroni

Chi non ha mai ricevuto una lettera, un’e-mail o un sms sotto forma di Catena di Sant’Antonio alzi la mano! Chi non ne ha mai inviata una, almeno una volta nella vita, magari a un solo destinatario per scherzo, scagli la prima pietra!
In un dizionario si definisce la catena di Sant’Antonio o della fortuna come una “corrispondenza anonima a carattere superstizioso, che chiede di essere continuata pena qualche grave disgrazia”. Al di là del fatto che non riscontro quasi mai l’anonimato, oggi vengono trasmesse tramite Internet, via e-mail (anche se la netiquette le vieterebbe) e per mezzo dei social network, ma possono essere spedite anche con sms e, nei decenni passati, viaggiavano come lettere di posta ordinaria.
In realtà alcune sono carine, per cui è piacevole almeno leggerle, ma altre ti fanno prima piangere a singhiozzo narrando le storie più tristi possibili e poi ti chiedono dei soldi. Per non parlare poi di quelle che ti illudono, convincendoti che sei a un passo dal realizzare il sogno nel cassetto, ma a patto di spedire il messaggio a un certo numero di destinatari (furbescamente spesso il mittente esplicita che non deve essere presente tra i prescelti) e concludono con il monito “non rompere la catena, pena la sfortuna” per un numero imprecisato di anni che mi è capitato di vedere possono arrivare anche a dieci.
Mi chiedo, ma chi ha avuto la brillantissima idea di inventare questo marchingegno quasi diabolico?
Secondo alcuni uno dei primi esempi risale al 1888 quando, negli Stati Uniti d’America un istituto religioso metodista di missionarie inizia ad inviare delle lettere, chiedendo di ricevere del denaro e di far recapitare lo stesso messaggio ad altre tre persone. Secondo altri, invece, a partire dalla metà del Novecento in Italia si diffonde l’idea di inviare lettere ad amici e conoscenti, che iniziano con “Recita tre Ave Maria a Sant’Antonio”, chiedendo di proseguire la catena pena la sfortuna. Forse quest’uso ha avuto origine dalla preghiera per la pace in circolazione durante la prima guerra mondiale.
Mi permetto infine di fare un appello (a me compresa): non inviamole più! Bandiamole! Basta! O almeno solo quelle veramente carine che non chiedono di essere inviate di nuovo e che non minacciano di perseguitare il malcapitato per un numero imprecisato di anni. Nessuno di noi lo merita!

 

Copyright © Università degli studi di Macerata