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di Marinella Bosi
Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola. E’ questa citazione del giudice Borsellino che dà il titolo al saggio di Giuseppe Ayala, il magistrato celebre per essere stato il p.m. del maxi-processo di Palermo, invitato dalla Facoltà di Scienze della Formazione per il convegno sul tema “Legalità e democrazia” .
Tornato a vestire la toga dopo una lunga esperienza parlamentare, Ayala ha sentito l’esigenza di raccontare in un libro le vicende umane e giudiziarie che ha vissuto accanto a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in quella stagione a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90 in cui lo Stato sembrava sul punto di reagire con determinazione al fenomeno mafioso, tragicamente interrotta dalle Stragi di Capaci e Via D’Amelio. Così è nato “Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino”, uscito nel 2008 per Mondadori.
“Un uomo delle istituzioni che l’Università è onorata di ospitare”, così il Preside della Facoltà Michele Corsi presenta l’autore prima di dare la parola alla Prof.ssa Flavia Stara, che ricorda l’importanza del maxiprocesso e sottolinea quale opportunità sia per gli studenti incontrare nel corso del loro cammino universitario un personaggio come il giudice Ayala.
Dopo di che il pomeriggio è tutto per il giudice Ayala, che rimarrà a rispondere alle domande di un pubblico appassionato e curioso fino all’ora di cena.
Testimone privilegiato per aver vissuto tutto dall’interno, l’autore racconta di come, 15 anni dopo quei fatti, abbia deciso di raccontare l’avventura umana dei tre membri del pool, uniti dal loro lavoro pioneristico e da una forte amicizia personale, per affidare al futuro un compendio della storia del maxiprocesso e il ricordo degli “uomini” Falcone e Borsellino. Uomini che erano dotati di due grandi qualità: la semplicità e la genuinità. Oltre che di una gran dose di ironia, che li soccorreva anche nei momenti più duri.
Un concetto dell’intervento di Ayala è marcato con forza, anche dal tono della sua voce: i membri del pool antimafia erano persone normali, non dei supermen vocati all’eroismo. Certamente Falcone e Borsellino sono divenuti simboli civili, se non altro per il loro sacrificio, ma va compreso fino in fondo che quello che stavano facendo era il loro lavoro, quell’impegno al servizio dello Stato assunto al momento del loro giuramento da magistrati. Insomma, quell’eccezionale che dovrebbe essere normalità.
Come nel libro si alternano pagine leggere e pagine severe, così anche i passaggi del discorso di Ayala durante il convegno.
“Sono tre i protagonisti del libro: il pool, la mafia, e lo Stato” dice Ayala, “e lo Stato è quello che ne esce peggio”. Se nel 1992 la mafia ha saldato il suo conto personale con Falcone e Borsellino, il pool è stato disinnescato nel biennio del ’88-’89 dallo Stato stesso, e in primo luogo dal CSM. Celebrati da morti, Falcone e Borsellino non erano così ben visti come magistrati da vivi, ed erano stati lasciati soli anche nel loro ambiente.
“La mafia è qualcosa che avvilisce il Paese, è una componente organica del sistema italiano, non solo della Sicilia.” Il discorso si sposta su quanto Ayala dice di aver intuito negli anni del maxiprocesso e di aver verificato durante la sua esperienza da parlamentare. “Quando la mafia non ammazza, a Roma non frega niente a nessuno, non perché siano tutti mafiosi, ma perché ognuno ha i problemi del suo collegio, e in questo modo i veri mafiosi hanno vita facile”. Ecco perché oggi nelle mafie italiane predomina la componente lobbistica, del mondo degli affari, che si salda con la politica sui territori, anziché quella violenta delle stragi.
Parole forti, ma, quando sono oggettive e documentate, le cose vanno dette senza timori, senza paure. E’ proprio questo il messaggio che Ayala vuole lasciare agli studenti presenti al convegno e ai giovani che leggono il suo libro: la paura è un sentimento umano, va messo in conto che prima o poi arriverà un giorno in cui si conoscerà la paura. Il punto è non farsi condizionare da essa, e vincerla. Starà ad ognuno di noi, quando sarà il momento, abbassare il freno a mano per conoscere davvero le prestazioni di cui può essere capace.