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La foto del mese

Walking in Dublin
Passeggiare (e lavorare) in Irlanda. (Foto di Maria Rita Sciarrone)

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Costume e Società

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18-03-2010 di Ilenia Paciaroni

“Proponiamo un’esperienza culturale legata a tre ambiti di un percorso museale quale invito a riscoprire la tessitura come uno fra i linguaggi dell’arte, a riconoscere nella tecnica tessile la grammatica del linguaggio simbolico di cui il tessuto sarà l’espressione e per offrire, al tempo stesso, nella percezione dell’armonia dell’insieme, l’opportunità di sperimentare il collegamento tra la natura e i suoi elementi e la capacità creativa dell’uomo”.

Così Patrizia Ginesi e Maria Giovanna Varagona presentano nell’opuscolo informativo il Laboratorio di tessitura “La Tela di Ginesi e Varagona”, situato a Macerata in vicolo Vecchio. Il percorso museale si sviluppa lungo tre direttrici. Dall’ingresso si ha ‘il corridoio degli strumenti e della memoria’, dove la rassegna degli strumenti fa sì che sia possibile ripercorrere la storia della tessitura dall’Antichità ad oggi. Particolarmente interessante è il telaio verticale che, grazie alla sua semplicità, è stato ed è utilizzato in varie epoche e da parte di diverse popolazioni. Dopo essersi soffermati sui più moderni telai, è opportuno dedicarsi all’angolo della tessitura a liccetti’: è un modo di tessere che si serve di un “telaio tradizionale impostato secondo l’antico procedimento tessile che, fin dal XIII-XIV secolo, ha permesso la realizzazione su tessuto di liste figurative stilizzate per mezzo di un programma impostato manualmente sull’ordito e fissato su alcune canne pendenti fra il subbio e i licci.” Questo tipo di tessitura, sviluppato nell’Appennino Umbro-Marchigiano, è stato adottato per secoli nei conventi. Si accede infine al ‘giardino delle piante tintoree e da fibra’, dove è possibile vedere una collezione esemplificativa di specie erbacee ed arbustive utili per la coloritura dei tessuti e la tessitura.

Il museo organizza corsi di tessitura ed ospita scuole. Le curatrici della mostra sono particolarmente attente agli aspetti educativi del loro lavoro. Ad esempio, quando ricevono le scolaresche sono solite mostrare come vengono realizzati i tappeti persiani. La lavorazione di questa particolare tipologia di tappeti, infatti, ben si adatta alle mani dei bambini, veloci e piccole. Da qui nasce lo sfruttamento e spesso le famiglie più povere sono costrette a vendere i loro bambini che poi vengono maltrattati, se non riescono a svolgere una determinata quantità di lavoro in un certo periodo di tempo. Si cerca perciò di far apprezzare il valore dell’oggetto e di far capire quanto è difficile realizzarlo.

La tessitura c’è da sempre, fin da quando l’uomo è uscito dalle grotte per vivere nelle capanne e ha abbandonato la pelle per indossare abiti fabbricati con le proprie mani. Gli indumenti, così, hanno cominciato a diventare espressione di sé e quindi forma d’arte.

Un’attività così rilevante per l’essere umano non può che modellare il linguaggio. L’azione si riflette allora sulla parola. Lo testimoniano molteplici forme letterarie tra cui la più celebre e la più ricca di dettagli, la Bibbia, dove ci sono espressioni che non si possono non capire se non si conoscono i procedimenti della tessitura e il nostro linguaggio quotidiano, che si serve di termini ed espressioni tipiche della tessitura. Ecco alcuni esempi tratti dall’opuscolo informativo: “incrociare i fili” sta per fare un pasticcio; “annaspare la vista” significa averla offuscata e confusa come la sensazione che si ha guardando l’aspo quando si muove velocemente; “annaspone” indica chi annaspa qua e là, ed è quindi inconcludente e confusionario.

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15-03-2010 di Claudia Zavaglini

Poche persone sono consapevoli delle problematiche e degli inconvenienti legati ai sacchetti di plastica del supermercato. Per loro, rispondere con un “sì, grazie” al cassiere che chiede: “le do una busta?”, è ormai prassi. Accettare o chiedere i sacchetti è un’abitudine niente affatto salutare per l’ambiente, se solo si pensa a quante risorse sono necessarie per produrre e smaltire un oggetto apparentemente così innocuo.

Per prima cosa, la plastica deriva dal petrolio e impiega decenni a fotodegradarsi, mediante scomposizione in particelle tossiche per l’ambiente; a questo va aggiunto il fatto che molti sacchetti di plastica vengono incivilmente abbandonati e spesso finiscono col raggiungere fiumi e mari, dove assorbono altri contaminanti tossici già presenti nelle acque e possono produrre alterazioni a livello sia riproduttivo che ormonale tanto nella fauna marina che nell’essere umano. Non solo: i sacchetti di plastica uccidono circa centomila esseri viventi all’anno, un dato che potrebbe sconcertare se fino ad oggi si è pensato alla busta della spesa soltanto come a un oggetto utile e comodo.

E’ proprio per far conoscere le potenzialità distruttive del sacchetto di plastica in un Paese come l’Italia – il più grande consumatore in Europa, con un consumo annuo di 420 sacchetti di plastica pro capite –, per sensibilizzare e indurre a ridimensionare l’uso di questo oggetto letale che è nata la campagna “Porta la sporta”, promossa dall’Associazione dei Comuni Virtuosi, grazie all’iniziativa dei comuni di Monsano (An), Colorno (Pr), Vezzano Ligure (Sp) e Melpignano (Le).

“Riduci, riusa, ricicla” è il motto della campagna, un motto che potremmo sciogliere in una serie di comportamenti “eco-rispettosi”: portare sempre la sporta quando si va a fare la spesa; rifiutare sacchetti inquinanti ed imballaggi di cui si può fare a meno (meglio i prodotti sfusi, alla spina o con imballaggio riciclabile); preferire, se possibile, l’acqua del rubinetto all’acqua confezionata; scegliere i prodotti derivati da materiali riciclati e soprattutto, nel fare la spesa, pensare sempre in termini di riutilizzo e riciclaggio, piuttosto che di usa e getta.

Allora, da oggi in poi, mai più senza la sporta: può essere in cotone, canapa, juta, tela o materiali riciclati; è riutilizzabile all’infinito (o almeno, finché non l’avremo rammendata talmente tanto da non poterne più!); se ne può trovare una per ogni occasione e per tutti i tipi di acquisto, visti i tanti modelli (a scomparsa, da tasca, da borsetta, ...), colori e misure; costa pochissimo o, per chi voglia far da sé, è facilissima e veloce da confezionare (http://www.morsbags.com/morsbaginstructions.pdf; http://www.portalasporta.it/borse.htm).

 

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08-03-2010

L’Ersu di Macerata bandisce un concorso per l’attribuzione di due Premi per le migliori tesi di laurea in materia di diritto allo studio universitario dell’importo di € 1.500. Il concorso è riservato esclusivamente a coloro che abbiano conseguito una laurea magistrale/specialistica o magistrale a ciclo unico (con esclusione delle lauree triennali) presso l’Università di Macerata nel tra aprile 2008 e aprile 2011.

La domanda di partecipazione deve pervenire all’Ersu di Macerata entro il 20 maggio. I Premi saranno attribuiti ad insindacabile giudizio della Commissione, che individuerà i vincitori sulla base dei seguenti criteri:
1. originalità e rilevanza del tema trattato
2. utilizzo del metodo comparato
3. metodologia scientifica utilizzata e rilevanza dei risultati ottenuti
4. approfondimento della ricerca bibliografica
5. carattere stilistico, morfologico e sintattico della trattazione.

La Commissione potrà non assegnare i Premi qualora la qualità degli elaborati sia giudicata inadeguata. Una copia delle tesi premiate sarà trattenuta ed inserita nella biblioteca dell’Ersu e, qualora venga ritenuta di “spessore” qualitativo idoneo, l’Ente si riserva di pubblicarne i contenuti.

Infohttp://www.ersumc.it./desc_attcult_3.html.

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02-03-2010 di Chiara Fonzi

La vita degli studenti è ricca di tradizioni bizzarre e riti scaramantici, figuriamoci quando parliamo di studenti erasmus, che forti della lontananza dall'occhio vigile della famiglia non mettono (quasi) nessun freno alla loro voglia di divertirsi.
Per di più la Spagna è famosa per la sua vita notturna, ricca di alternative invitanti e a volte un po' strambe.

Il rally!
L'impresa in cui nessuno studente erasmus a Santiago de Compostela è mai riuscito (deve essere per forza così, capirete presto il perché) è quella di compiere il rally Paris-Dakar. Non stiamo parlando della famosa corsa automobilistica Francia-Senegal, ma del percorso cittadino che si estende per tutta Rua do Franco, dalla Cafeteria Paris alla Cerveceria Dakar. Fosse fatto di corsa non sarebbe un proposito ambizioso, ma il punto è che per vincere bisogna fare tappa in ognuno dei 48 bar situati tra i due principali. Ognuna delle birrerie in cui gli studenti si fermano a bere qualcosa è provvista di timbro. Ci si presenta con un foglio di carta, perché chiaramente si desidera conservare il ricordo e comprovare la propria impresa ai posteri, ma è umanamente impossibile arrivare al termine della via soffermandosi proprio in ogni bar. Perciò, ad oggi non c'è memoria di alcun vincitore, solo di serate finite un po' troppo in allegria. D'altra parte ogni mito, per rimanere tale, deve essere inarrivabile...

Esprimi un desiderio!
Le birrerie della notte non offrono soltanto rally e bicchieroni di Estrella Galicia, la birra galiziana per eccellenza. In tutti i locali cittadini fatti di pietra (cioè la maggioranza) gli studenti hanno dato inizio ad un'altra bizzarra usanza. Si appoggia una moneta da 1, 2 al massimo 5 centesimi in equilibrio tra le pietre del muro, esprimendo un desiderio, il giorno in cui la moneta cadrà il desiderio espresso sarà realizzato. Un po' come le fontane italiane...

Flirta con le due Marie!
La statua chiamata "Le due Marie" o "Le due in punto" rappresenta Maruxa e Corelia, due anziane sorelle dei tempi che furono, che solevano passeggiare a braccetto per il parco dell'Alameda ogni giorno dalle 2 del pomeriggio. Le signore passavano il loro tempo a flirtare con gli studenti universitari, che ricambiavano per scherzo le occhiatine delle due, fingendosi innamorati. Maruxa e Corelia vestivano colorato, per burlarsi del tempo spesso uggioso che caratterizza la città, e la statua che rende loro omaggio, nel bel mezzo del parco, è anch'essa colorata. Oggi non solo ogni studente, ma anche ogni turista che si rispetti, si scatta una foto con le due signore, meglio se in atteggiamenti suadenti.

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26-02-2010

L'Assoazione Laureati Luiss propone l'iniziativa rivolta ai giovani laureati e laureandi di tutta Italia: il Workshop " I giovani e le carriere internazionali" organizzata dall'associazione "Giovani nel Mondo", che si terrà presso  l'Univeristà Luiss Guido Carli di Roma, mercoledi 3 marzo dalle ore 17.30 alle ore 19.30.
Il workshop è stato organizzato durante una giornata di orientamento dedicata ai ragazzi interessati alle carriere internazionali e del tutto gratuita.

Presso l'Università Luiss Guido Carli verranno allestiti degli stand informativi, dalle ore 15.00 alle ore 20.00, presso cui tutti gli studenti potranno raccogliere informazioni utili e parlare direttamente con i responsabili delle diverse organizzazioni.

Il workshop fa parte dell'evento RomeMum 2010 che si terrà a Roma dal 1 al 4 marzo. Per maggiori informazioni: www.romemun.org.

Programma
Ore 15-20
Stand area:
-Istituto Commercio Estero
-UNDESA
-World Food Programme
-Centre of American Studies
-Servizio Civile
-Ministero Affari Esteri
-Wall Street Institute
-CTS
-Fondo Studenti Italiani
-Fullbright Commission
-Luiss Guido Carli
-Università.it
-Associazione Laureati Luiss All

Ore 17.30-19:30
Workshop “Orientamento alle carriere Internazionali”
Invited Speakers*:
Elisabetta Belloni, Italian Ministry of Foreign Affaits
David Thorne, US Ambassador in Italy
Alessandro Castellano, SACE
Silvio Fagiolo
Gen. Carlo Jean
Gaetano Pellicano, political advisor US embassy
Maurizio E. L. Serra, Ambassador
Sergio Vento, Ambassador
Luigi Ferrelli, ICE, Italian institute of foreign trade
Maria Clelia Ciciriello, Tor Vergata University
Ugo Villani, Luiss Guido Carli University
Paolo Magri, ISPI
Gherardo Casini, Director UNDESA – HRIC (Italian Office)

25-02-2010 di Claudia Zavaglini

Risale a forse un anno e mezzo fa un mio articolo molto duro nei confronti della mancanza di rispetto di certi studenti Erasmus coi quali mi ero trovata a convivere in collegio per un intero anno accademico. Era stata una convivenza forzata dalla necessità di usare la stessa cucina e dai muri troppo sottili per attutire grida a tutte le ore e schiamazzi.

Poi, per fortuna, presto o tardi la vita mostra che esiste, come sempre, un “altro lato” della medaglia. Quest’anno, al rientro nella mia fredda e vuota, ma amatissima, stanza maceratese, ho trovato sei ragazze turche, parlanti turco e inglese. Ora, io non so mettere in fila più di due parole in inglese, figuriamoci in turco. C’erano, insomma, tutte le condizioni, linguistiche in primis, perché i nostri mondi restassero, ancora una volta, separati - com’era stato per me con gli spagnoli due anni prima. Con mia grande sorpresa e gioia, però, le cose sono andate in maniera totalmente diversa.

Da un iniziale approccio mimico-gestuale, siamo passate piano piano a un inglese scolastico (How are you? Fine, thanks. ) e, infine, a servirci di una lingua ibrida in cui inglese, italiano e turco convivevano (Claudia, nasilsin? Iyiyim! Sen nasilsin? Bene. See you later canim.).
Le conversazioni erano portate avanti con l’aiuto del dizionario, o grazie alla scansione delle parole, alla riformulazione delle frasi in altre forme o alla ripetizione.

Da qui, siamo arrivate a parlare di cucina italiana e di cucina turca, delle differenze culturali, del perché alcune donne portano il velo in Turchia ed altre no, delle nostre famiglie, dei nostri progetti, di viaggi, di tutto. Abbiamo preparato insieme dolci turchi e italiani. Loro si sono meravigliate della mia colazione con latte e cacao e io della loro fatta di uova, o crepes, o crostini o ancora cose che per me non stavano né in cielo né in terra, compreso il miscuglio di dolce e salato. Abbiamo riso del mio inglese, del mio turco e del loro italiano. Abbiamo passato in rassegna le espressioni italiane, le espressioni turche (“In bocca al lupo!”, “Grazie”, “No, crepi!”, “What does it mean?” e da lì a spiegare. “Ellerine Sağlık!”, “What?????” e lì a cercare di farmi capire).

I giorni erano per ognuna di noi diversi ma, all’ora di cena, in cucina c’eravamo tutte: compresi lo yogurt, ingrediente base della cucina turca, e il pure fondamentale profumo di cipolla, che entrava in camera mia senza bussare e mi annunciava immancabilmente, ogni sera, che loro erano già di sotto e stavano cucinando. E io, felice, correvo giù, in cucina, certa d’esser accolta dal loro sorriso, dalle loro parole “estranee” e vicine.

Ho scoperto, grazie a loro, che l’amicizia non ha bisogno di una lingua e che l’affetto non vola sulle parole. Che è più diverso da me il mio compagno di corso, cresciuto dove sono cresciuta io. Che forse è più diversa da me la mia migliore amica. Che è più lontano da me colui che non mi comprende senza le mie parole. Vicino è chi non ne ha bisogno, o almeno, chi può farne a meno.

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22-02-2010 di Tiziana Sagretti

Gli Stati Uniti si caratterizzano per un'alta presenza di atenei privati e una enorme e variegata offerta, sicuramente determinata dalla grande estensione territoriale, dalle notevoli differenze geografiche, culturali, sociali, politiche ecc. E il sostegno dei privati si manifesta in molti casi nell'erogazione di borse di studio a dir poco bizzarre, come riportato nel blog di Zen College.com.

Ecco, quindi, che alla Frederick and Mary F. Beckley Scholarship è stata istituita una borsa di studio per mancini e una per chi appartenere alla dinastia olandese Lambert and Annetje Van Valkenburg. Una Scholarship, dedicata a questo casato, premia infatti con 1000 euro gli eredi certificati. Per non parlare della Sophie Major Memorial Duck Calling Contest dove ci sono in palio 2000 dollari per chi progetta il miglior richiamo per anatre. Inoltre, la Potato Industry Scholarship ha bandito una borsa di studio di 5000 dollari per gli studenti che abbiano deciso di approfondire le conoscenze sulla tanto amata ed appetitosa patata. Tanto per non farci mancare nulla, a Portland, nell’Oregon, la Tall (appunto) Clubs International Scholarship favorisce il percorso di studi dei ragazzi alti almeno un metro e novanta e delle ragazze che superano il metro e cinquantacinque. I “vatussi” vincitori sono premiati con 700 euro, ma a patto che scrivano una riflessione su "cosa significa per me essere alto". A pareggiare i conti, ci pensa la Billy Barty Foundation che, in onore dell’omonimo attore “alto” appena 118 centimetri, incentiva gli studenti che si mantengono sotto il metro e ventitre. In Italia, non si hanno notizie di simili e stravaganti premi, ma non mancano critiche sull’eccessiva specificità dei titoli richiesti, degli argomenti trattati o sulla determinazione di criteri e modalità di selezione, di assoluta trasparenza.

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18-02-2010 di Marco Luzzi

Nel 2006 la paziente di un noto psichiatra americano confida al suo dottore di essere visitata regolarmente nei sogni da uno strano personaggio (potete vederlo ritratto qua nella nostra immagine), che le appare per darle consigli e ammonimenti preziosi per la sua vita privata.
Il terapista decide di mostrare il ritratto ai suoi colleghi che hanno in cura casi analoghi di sogni ricorrenti, ed in breve tempo ben quattro persone riconoscono nell’identikit una presenza familiare delle loro esperienze oniriche. Tutti i pazienti si riferiscono all’inquietante personaggio come a “quell’uomo”.

Da allora a oggi (come riferito dal sito http://thisman.org/) le testimonianze di incontri con quell’uomo sono più di 2000, in tutte le città del mondo: Los Angeles, Berlino, San Paulo, Tehran, Pechino, Roma, Barcellona, Stoccolma, Parigi, Nuova Dehli, Mosca.
Le teorie su chi sia in realtà quell’uomo e su come faccia a viaggiare nei sogni sono le più disparate:
Teoria dell’archetipo junghiano, ovvero un’idea-base del nostro subconscio, che soggetti sensibili evocano in momenti particolarmente delicati della loro vita.
Teoria religiosa: il volto è un’immagine del Creatore. Questo spiegherebbe perché i sognatori sono portati ad eseguire le indicazioni ricevute senza indugio (ma non spiegherebbe quelle sopracciglia cespugliose e quell’orribile riporto, a nostro dire indegni dell’Onnipotente).
Teoria dell’onironauta (dream surfer): quell’uomo è un uomo in tutto e per tutto, che per strane ragioni sci-fi ha il potere di fare avanti e indietro nei sogni della gente (tipo Freddy Krueger o Carlos Castaneda).
Teoria dell’imitazione dei sogni: mutuata dalla socio-psicologia, questa spiegazione del fenomeno (che ha il vantaggio di essere la meno delirante) liquida tutto come un meccanismo mentale per cui più la voce si sparge più le visioni si moltiplicano, per semplice autosuggestione.

Se considerate che prestigiose testate quali Tgcom, La Stampa e Studio Aperto hanno dedicato servizi e approfondimenti a questo misterioso personaggio, vi renderete conto di quale grama figura faranno adesso che Cittàteneo spiegherà ai suoi lettori tutta la verità su quell’uomo, rivelando la vicenda per ciò che è: una semplice e ben riuscita operazione di viral marketing, ovvero quel tipo di campagna pubblicitaria basata sulla capacità comunicativa di pochi soggetti interessati (definiti talvolta “untori”) che trasmetteranno il messaggio ad un numero elevato di utenti finali.

Dietro tutto questo pappone metafisico alla David Lynch c’è infatti Andrea Natella, una delle geniali anime creative di Guerriglia Marketing (http://www.guerrigliamarketing.it/), l’agenzia di comunicazione non convenzionale “orientata al business e alla trasformazione radicale dell’esistente”.
A scoprirne gli altarini (e gliene va reso merito) un giovane e brillante praticante giornalista, Mauro Munafò, che ha sbertucciato magistralmente dalle pagine del suo blog (http://www.mauromunafo.it/) i cosiddetti “professionisti” del settore. Chapeau.

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08-02-2010 di Diego Cacchiarelli

Ogni cultura e credo religioso ha la sua fine del mondo. Qualche organizzazione ha dovuto aggiornare il giorno del giudizio più volte, altri se la ridono bellamente perché convinti che il mondo finirà quando finirà e nessuno può saperlo. La “nuova” fine del mondo è fissata per il 2012, vediamo come e perché.

La “colpa” di tutto questo bailamme è dei Maya, civiltà centroamericana praticamente estinta a partire del 1529 quando i Conquistadores spagnoli arrivarono nello Yucatán. In questa sede, quello che più ci interessa dei Maya è il loro antico calendario, formato da un sistema di rilevamento e calcolo oltremodo complesso. Ci basterà sapere che uno dei calendari, in specifico quello denominato “conto lungo”, ha una durata di 5125 anni e rappresenta la durata di un'era (a quanto pare ciclica) del mondo. Questa ultima, quarta era, essendo iniziata, sempre secondo i Maya, il 6 settembre del 3114 a.c. del nostro calendario gregoriano, dovrebbe finire esattamente sabato 21 dicembre del 2012. Delle tre ere precedenti, sempre di 5125 anni, non vi sarebbe rimasta traccia.

Cosa succederà in quel giorno? I catastrofisti parlano di vera fine del mondo generata dall'arresto della rotazione terrestre per circa 72 ore (e successiva inversione dei poli magnetici) che porterà a sconvolgimenti tali da cancellare praticamente ogni forma vivente sul nostro pianeta. I meno estremi parlano più semplicemente di una nuova era dove grandi cambiamenti cancelleranno di fatto le civiltà e le culture precedenti.

I seguaci della New Age, a supporto di questa credenza parlano dell'avvento dell'era dell'acquario (siamo passati alle costellazioni) che segnerà l'inizio della pace globale e di una sorta di innalzamento spirituale.

Il credo dei testimoni di Geova, altro culto con forte propensione all'evento “fine del mondo”, in questo caso non ci viene in aiuto. Questo gruppo di religiosi, fondato nel 1870 negli Usa annunciò diverse volte la fine del mondo a partire dalla data del 1914/15. Successivamente, dopo ripetuti errori (l'ultimo con la data del 1975), i testimoni di Geova parlano della fine dichiarando – beati noi – l'impossibilità di prevederne la data esatta.

Verrebbe da chiedersi a questo punto: cui prodest? A chi giova tutto questo allarmismo? Ad essere un po' malpensanti, un nome mi verrebbe in mente ed è quello di Roland Emmerich. A molti il nome non dice niente, ma se dico “Indipendence Day” o “The day after tomorrow” qualche lampadina si accende. In effetti Emmerich è il regista dei due lungometraggi citati, filmoni catastrofici campioni di incasso con scene di distruzione incredibilmente realistiche. Ebbene, il nostro ha pensato bene di cogliere al balzo la palla di questa presunta fine del mondo per uscire con il suo ultimo film che, neanche a farlo apposta, si intitola “2012”.

In definitiva, il film ha fruito di una pubblicità gratuita e su scala planetaria grazie al tormentone dei Maya. Non è dato sapere se il 21 dicembre 2012 il mondo finirà, quello che è certo è che fino a quella data il regista Roland Emmerich potrà vivere più che agiatamente grazie agli incassi stratosferici a cui il suo film “2012” sembra destinato ad arrivare. I Maya questo non l'avevano previsto!

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24-01-2010 di Maria Rita Sciarrone*

Quando infine scegli di partire, di lasciare il tuo paese, vai incontro anche ad una serie di inconvenienti di natura quotidiana, come ho trovato scritto nell’ultimo libro recentemente letto di Fabio Volo (il tempo che vorrei ndr): “In città appena le persone prendono confidenza iniziano a sfotterti o a fare battute per come pronunci la benché minima cosa. Devi reimpostare nel cervello alcune parole lavorando sull’apertura o chiusura delle vocali”.

Una cosa che a distanza di anni non sono mai riuscita a fare, la chiusura della vocali. Eppure mi sono ritrovata spesso nella condizione descritta nel libro “vivere su una terra di mezzo: in città mi prendevano in giro per la mia pronuncia da meridionale, a casa le persone mi sfottevano perché dicevano che ormai parlavo" romano o marchigiano. Ed io mi sentivo spesso inadeguata, pensando a dove mi trovavo prima di dire una parola”. A volte dalla mia bocca venivano fuori espressioni maceratesi e i miei amici calabresi mi guardavano come un’aliena, mentre a Macerata stavo sempre attenta a non usare espressioni calabresi fin quando qualcuno non mi costringeva a farlo. Forse era l’incessante bisogno d’integrarmi che mi spingeva stupidamente a camuffare un po’ il mio più evidente biglietto da visita, quell’accento che tutti in fondo hanno sempre definito divertente, ma che a volte mi faceva sentire un pesce fuor d’acqua. Chi decide di partire sa che, inflessione a parte, si troverà sempre sospeso tra due o più vite, nella continua ricerca di frantumare le distanze. Eppure pur vivendo in questa condizione permeata da un’incessante nostalgia e voglia di avere il dono dell’ubiquità, chi decide di partire difficilmente tornerà indietro e se deciderà di farlo non sarà più lo stesso, perché ci sono dei viaggi che ti arricchiscono al punto che inevitabilmente torni cambiato e forse è per questo che non ho ancora il coraggio di tornare.

E’ un adattarsi e un riadattarsi continuo. Il viaggio in sé rappresenta senza ombra di dubbio una metamorfosi continua, ma necessaria per crescere e alla quale nessuno dovrebbe sottrarsi, perché ti permette di stare al mondo. E ogni viaggio ti farà nascere il desiderio di intraprenderne uno nuovo, ti lascerà addosso l’odore di libertà, ti farà riempire cassetti di ricordi, avventure e storie da raccontare, ti inonderà la mente di volti nuovi, di paesi e culture differenti, che magari non rivedrai più, ma che ti lasceranno nel cuore un frammento di vita vissuta. "Perché laggiù, tutto non è che ordine e bellezza, lusso calma e voluttà" (Charles Baudelaire, l’invito al viaggio, tratto dai fiori del male). E allora buon viaggio a tutti. (2 - fine)
Leggi la prima parte

*Corrispondente Progetto Leonardo da Dublino

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in mezzo

Inviato da Rataplan il 28/01/2010 00:43
è vero, è come se avessi l'occasione di guardare in due finestre. Non appartieni a nessuno dei due giardini, eppure sei una delle poche persone cui viene dato il dono di mirare entrambi i panorami, piuttosto che ascoltare le opinioni altrui. Si acquisiscono nuove prospettive, si viene influenzati da entrambi i mondi, senza esserne inghiottiti, sospesi su di essi, galleggiando.
Io lo trovo affascinante... alla fine di tutto si appartiene al mondo intero, piuttosto che a un solo luogo, in cui a volte fa comodo rifugiarsi per paura dell'immenso e del diverso.

il dono...

Inviato da Meri il 02/02/2010 00:01
Hai centrato l'obiettivo...viaggiare è davvero un dono che non tutti possono o sanno cogliere.Perchè molto spesso non si ha neppure la voglia di scoprire ciò che c'è al di fuori del nostro guscio.Perchè vi è la paura di rimanere delusi, perchè siamo più bravi a nasconderci dietro un pc piuttosto che incontrare l'altro. Spero quanto meno che quanto scritto susciti in qualcuno la voglia di partire.
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