La foto del mese
Luisanna Ramirez

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La “Festa delle donne” è ormai passata, ma mi sembra giusto, se non doveroso, ricordare che non possiamo confinare la gioia e il rispetto per le donne in un unico giorno dell’anno; non possiamo sperare di cavarcela con qualche augurio, dimenticando le tragedie che ogni giorno interessano migliaia di donne all’interno delle mura domestiche, sul lavoro e per strada; non possiamo negare di essere incapaci, ai giorni nostri, di garantire maggiore sicurezza e dignità a tutte le donne. Per questo mi piace ripensare a quelle donne che hanno arricchito lo scenario culturale mondiale come Maram Al Masri.
È una delle voci più interessanti attive sulla scena internazionale e all’interno del panorama della poesia femminile contemporanea. Lei si mostra gentile e disponibile davanti a un nostro timido “Bonjour” pronunciato in occasione del nostro incontro durante la settimana di Musicultura dello scorso anno. E’ stata ospite qui a Macerata, deliziandoci con la lettura di alcune delle sue poesie più belle tratte dalla raccolta “Ti minaccio con una colomba bianca”(1984).
Poetessa di origini siriane, Maram Al Masri sembra portare su di sé i segni di una vita vissuta in pienezza. Lei, che ha iniziato a scrivere quando aveva solo sedici anni, usando la poesia come pretesto per avvicinare il ragazzo che amava, c’insegna che tutti dobbiamo esprimere ciò che proviamo nel tentativo di essere amati. Spesso i suoi versi sono stati paragonati a quelli di altre donne, che hanno fatto grande la storia della poesia. Parlo di Saffo, o di Emily Disckinson, che ha riflesso il dramma intellettuale del suo tempo. Quando, però le abbiamo chiesto cosa pensasse di questo paragone ci ha guardato dolcemente e con umiltà ci ha confessato di esserne onorata, ma di sentirsi molto vicina e rappresentativa anche di tutte coloro che semplicemente parlano d’amore o scrivono lettere d’amore proprio perché questi testi, all’apparenza banali, raccolgono comunque il meglio dei sentimenti di ognuno.
Una donna forte, che con la sua poesia partecipa all’attuale dibattito sull’interculturalità, portando su di sé i segni di una difficile integrazione tra oriente e occidente. Maram è convinta che la “primavera araba” sia dolorosa e meravigliosa al tempo stesso, perché, da un lato, abbiamo visto tanti popoli che finalmente si sono svegliati dal loro torpore per un desiderio di libertà, ma, dall’altro, ci sono migliaia di donne che perdono i loro figli e migliaia di uomini che perdono la vita. La sua più grande speranza è che tutto il mondo arabo, ma in particolare la Siria, che porta sempre nel cuore, diventi presto un mondo dignitoso e fiero di alzare la testa nel nome della libertà.
Si chiama Mobile User Objective System (Muos) e se verrà costruito sarà la causa della morte di migliaia di persone. Si tratta di uno dei sistemi di comunicazione satellitare più evoluti al mondo, ma purtroppo anche uno dei più pericolosi per la salute di qualsiasi organismo che ci viva attorno. Costruito e gestito dal Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti, il sistema Muos gestisce 4 stazioni di terra situate in altrettanti angoli della Terra; ma mentre 3 delle gigantesche antenne saranno collocate in mezzo a deserti, lontani da centri abitati, la costruzione della quarta antenna è prevista in uno dei luoghi più belli d'Italia e del mondo: Niscemi, in Sicilia. A rendere la situazione ancora peggiore, il Muos situato in terra italiana sorgerà proprio in mezzo alla Riserva naturale Orientata, luogo che non è solamente una zona protetta, ricchissima di flora e fauna, immersa in uno scenario naturale mozzafiato, ma anche la “casa” di una delle sugherete più antiche al mondo.
È una struttura gigantesca fatta di 3 antenne paraboliche dal diametro di 18,4 metri e di 2 trasmettitori elicolidali alti ben 149 metri. Ma a fare più paura non sono tanto le dimensioni enormi della stazione, quanto la potenza delle sue onde elettromagnetiche che raggiungeranno frequenze di circa 31 Ghz (per quanto riguarda le antenne) e tra i 240 1 315 Mhz (i trasmettitori). Sono talmente preoccupanti le conseguenze che questo mostro tecnologico del terzo millennio potrebbe avere sulla salute delle persone e di tutta la natura circostante, che alcuni studiosi lo hanno definito un “maxi-forno a microonde”, nel quale rientrerebbe praticamente l’intera Sicilia, con tutte la sue straordinarie bellezze. Non solo. Lo stesso Parlamento europeo ha dichiarato la propria preoccupazione per la pericolosità del mega impianto e ha chiesto agli Stati Uniti di sospendere il programma Muos (inutile dire, senza alcun successo).
La storia del Muos inizia nel 2005 con la richiesta, inviata al Ministero della difesa italiano da parte della Difesa americana, di costruire a Niscemi la stazione di antenne, rassicurando tutti sul fatto che si trattava di una struttura a impatto zero, come dimostrava uno studio della stessa Marina statunitense (ovviamente, tutt'altro che super partes). Dopo la mobilitazione dei cittadini, diversi momenti di aperta contestazione e alcuni stop al cantiere, il 28 ottobre 2012 il Tribunale della Libertà di Catania ha dato il via libera alla ripresa dei lavori. Infine, l'ultimo step è stato compiuto proprio qualche giorno fa dallo stesso ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri, che ha definito il Muos “sito di interesse strategico per la difesa militare della nazione e dei nostri alleati” (cioè gli Stati Uniti), aggiungendo anche che “non sono accettabili comportamenti che impediscano l'attuazione delle esigenze di difesa nazionale e la libera circolazione connessa a tali esigenze, tutelate dalla Costituzione”.
Il Muos, però, fa paura: come ha evidenziato uno studio del Politecnico di Torino (e in particolare, Massimo Zucchetti, professore ordinario di Impianti Nucleari del Politecnico di Torino e research affiliate del Massachusetts Institute of Technology, e Massimo Coraddu, consulente esterno del dipartimento di Energetica del Politecnico ed ex ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare INFN), nei cosiddetti “punti caldi”, “i danni alle persone accidentalmente esposte a distanze inferiori ai 20 km saranno gravi e permanenti, con conseguente necrosi dei tessuti”.
A lungo andare potranno sorgere tumori e leucemie, mentre gli effetti a breve termine riguarderanno soprattutto l'occhio (l'organo più esposto), con conseguenze come il distacco della retina, cioè la cecità. A tutto ciò, si aggiungono i danni alla fauna, ma anche all'intera catena alimentare, a causa dell'influenza che le onde potrebbero avere sulle api, che non sarebbero più in grado di sciamare e costruire le arnie. E, ovviamente, i campi elettromagnetici potrebbero interferire anche con il traffico aereo e le apparecchiature elettriche circostanti, incluse quelle mediche come by-pass, pace-maker e addirittura sedie a rotelle.
Ma il sacrificio di tutti andrà ad una buona causa? Non proprio. Il Muos è una sorta di “soldato del futuro”, attraverso il quale la Difesa americana, tra l'altro senza alcun controllo da parte delle autorità italiane, potrà gestire tutte le sue operazioni militari via aria, terra e mare; potrà eseguire addirittura ordini di guerra, sia convenzionale che nucleare, chimica o batteriologica, e propagarle in tutto il mondo. Serve insomma per assicurarsi un totale controllo militare sull’intero pianeta.
Insomma, se nella Valsusa si sta lottando per impedire la costruzione del Tav, in Sicilia i cittadini si stanno organizzando per difendere il loro diritto alla salute, per loro stessi, per le generazioni che verranno, per l'Italia intera. Uno dei protagonisti di questa battaglia è il comitato No Muos, che presiede la zona giorno e notte e che sta cercando disperatamente di far comprendere a tutti gli italiani il pericolo al quale stanno andando incontro la Sicilia e l’Italia.
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La lista delle attività e delle passività nel bilancio dello studente universitario possono essere numerose. Se non si ha un proprio lavoro, poi, le “passività” rischiano di destabilizzare l'armonia economica personale. Lo status di studente, però, può consentire l'accesso ad una serie di agevolazioni, che possono aiutare, anche se in piccola parte, ad alleggerire le spese. Qui vengono illustrate alcune possibilità di sconto offerte agli iscritti all'Università di Macerata.
Una discreta fetta delle uscite mensili è, probabilmente, composta dai costi di trasporto. Se non si ha un'auto a disposizione, o se si vuole viaggiare pensando alla salvaguardia dell'ambiente, si può optare per il trasporto pubblico. Per tutti gli iscritti UniMC in possesso di abbonamenti a servizi di autolinee extraurbane, è riconosciuta l'opportunità di ottenere un abbonamento integrato ai servizi urbani con una tariffa ridotta. Lo sconto è del 25% rispetto al prezzo ordinario. Può accedere a questa agevolazione chi studia nelle sedi maceratesi dell'Ateneo e nelle sedi distaccate di Civitanova Marche e Jesi. L'abbonamento integrato va richiesto alle aziende di trasporto pubblico della relativa città. Chi, invece, ha l'opportunità di usufruire della propria vettura, si trova spesso a dover affrontare il problema del costo dei parcheggi. A Macerata, nelle aree di parcheggio Garibaldi, Sferisterio, Tribunale e Direzionale, si può pagare anche per lunghi periodi di sosta. L'abbonamento mensile, infatti, ammonta a 15 Euro, quello semestrale a 75 Euro (un mese è gratis) e l'annuale a 135 Euro (per questa opzione, sono tre i mesi gratuiti). Nel caso del parcheggio Parksì, nelle vicinanze dei Giardini Diaz, gli universitari che presentano il libretto pagano 25 Euro al mese, per sostare dalle ore 7 alle ore 21.
Ma la vita universitaria è soprattutto cultura, e in questo settore diverse sono le attrattive che Macerata offre. Gli studenti UniMC hanno il diritto a sconti per spettacoli a teatro, film e concerti dal vivo. I teatri che offrono agevolazioni sono: il Teatro Lauro Rossi di Piazza della Libertà, il Teatro della Società Filarmonico-Drammatica di via Gramsci e il Teatro Don Bosco, nel viale omonimo. Per il solo Lauro Rossi, gli universitari accedono, con prezzi speciali, alla Stagione di prosa (ingresso a partire da 12 Euro), alla Stagione sinfonica (biglietto a 4 Euro) e alla Stagione concertistica (accesso a 3 Euro). Infine, è attiva l'iniziativa “University Card for Students”, lanciata dal Gruppo Coin: una carta (costo 5 Euro) che prevede, tra l’altro, la possibilità di accedere a sconti una volta superato un esame o una volta laureati. Per ottenere informazioni dettagliate in merito alle aziende, agli enti e ai negozi coinvolti negli sconti, oltre che ai vari regolamenti, è possibile visitare la pagina www.unimc.it/it/ateneo/vivi-unimcp/agevolazioni-per-gli-studenti . Gli iscritti all'Ateneo maceratese sono in attesa anche dell'attivazione della Carta Studenti, con la quale, si prevede, verranno offerte ulteriori opportunità di risparmio.
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L’idea di questa intervista nasce da un incontro con il professor Alessio Cavicchi, docente di Marketing del turismo rurale ed Economia e marketing agroalimentare nel Dipartimento di Scienze della formazione, dei beni culturali e del turismo. Cavicchi, molto attento alle dinamiche del biologico, mi ha raccontato un episodio legato alla presenza di prodotti biologici nelle nostre mense.
Dopo un convegno organizzato lo scorso anno al “Polo Bertelli” in collaborazione con Aiab (Associazione Italiana Agricoltura Biologica), la responsabile nazionale delle mense biologiche di questa associazione fu invitata a prendere un caffè al bar del Polo. In quell’occasione, rimase colpita, dialogando con il responsabile del bar e della mensa, dalla preparazione sul tema dell’interlocutore e dell’attenzione che viene prestata agli studenti della nostra Università per quanto riguarda la qualità degli alimenti offerti, quasi tutti “bio”. Per questo motivo abbiamo incontrato uno de dipendenti della mensa di Vallebona, per avere ulteriori chiarimenti.
Come ti chiami? Quale è la sua mansione all'interno del gruppo di lavoro Cimas?
Mi chiamo Gennaro Cecere e sono il responsabile del bar e della mensa al “Polo Bertelli”, dove è situato il Dipartimento di Scienze della Formazione.
I prodotti utilizzati sono davvero tanti. Non le posso elencare tutti i vari tipi di prodotti, ma le posso assicurare che sono prodotti di altissima qualità. Posso farle qualche esempio: al bar utilizziamo pasticceria fresca ogni giorno, una miscela di caffè qualità “gold” e latte alta qualità “Qm” (Qualità Marche) fresco. Per quanto riguarda la mensa: frutta, verdura, ortaggi e olio provengono tutte da agricolture bio, le carni sono tutte italiane e, come al bar, i latticini sono “Qm” freschi, senza dimenticare il parmigiano reggiano che grattugiamo ogni giorno.
I prodotti utilizzati all'interno delle nostre cucine sono tutti italiani e, soprattutto, regionali. Spesso proponiamo la settimana bio, in cui forniamo solo prodotti di Macerata e dintorni.
Gli ordini interni della struttura li gestisco io con l’indispensabile collaborazione delle mie colleghe. Ma è l’azienda ad occuparsi dell’approvvigionamento, con una piattaforma che garantisce a tutte le nostre strutture consegne più volte a settimana, in modo da avere prodotti sempre freschissimi. Ci tengo a precisare che tutte le nostre strutture, facenti capo all’Ersu di Macerata, hanno le stesse caratteristiche.
Rassicurati dalla qualità dei prodotti ci chiediamo: se questo è possibile per l'università, perché non è reso possibile ovunque?
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Nell'ambito del Progetto Erasmus è presente l'Erasmus Placement, un programma che permette agli studenti delle università di accedere a tirocini presso imprese, centri di formazione e di ricerca presenti in uno dei Paesi stranieri aderenti. Lo studente, oltre a ricevere un contributo, ha l’opportunità di acquisire competenze specifiche e di migliorare la comprensione della cultura e della lingua del Paese ospitante. Prima della partenza, ogni partecipante dovrà superare un test in lingua del paese accogliente e dovrà possedere un programma di lavoro sottoscritto dall’organismo dove svolgerà il proprio tirocinio. Maria, una ragazza finlandese proveniente da Vaasa, tirocinante presso l'Ufficio rapporti internazionali di Unimc, racconta la sua esperienza.
Sono venuta a conoscenza programma Placement nella mia facoltà attraverso un bando pubblicato dall'ufficio rapporti internazionali.
Non avevo programmato di venire in Italia, ma avevo sempre avuto la voglia di fare l'Erasmus. Cercavo un progetto di scambio con Madrid, in Spagna. Ma la situazione è cambiata l'anno scorso, quando ho visto l'annuncio dell'Università di Macerata all'ufficio rapporti internazionali del mio ateneo. Ho completato tutte le pratiche, ho compilato milioni di fogli e, alla fine, dopo vari colloqui sono stata presa. Tutto questo, però, non è servito a molto, perché, anche se sono rientrata in graduatoria, ero in lista di attesa. In quel momento pensavo: “prima o poi partirò” Poi l'anno scorso, tre giorni prima di Natale, sono stata chiamata. Ecco, alla fine sono arrivata e posso dire che Macerata ha scelto me.
Penso che sia una bellissima possibilità per poter fare un esperienza di lavoro davvero formativa. Fare questa esperienza mi insegnerà a superare prove tra le più diverse, come quella della lingua e mi insegnerà, soprattutto, qualcosa in più sulla cultura italiana.
Che mansione svolgi dove stai svolgendo il tiroconio?
Aiuto in particolare nei rapporti con gli studenti in entrata e in uscita, mi prendo cura della loro registrazione, li aiuto nei pagamenti e, in generale, in tutto quello di cui hanno bisogno.
Cosa hai fatto nei primi giorni di soggiorno?
Ho iniziato subito a lavorare per circa 5 ore al giorno. Nel tempo libero vivo la vita come la vivevo in Finlandia: vado in piscina o a correre, scrivo la mia tesi, incontro i nuovi amici che mi sono fatta, visito nuove città e mangio tanta pizza e tanto gelato.
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Scrivere una tesi è un compito difficile? Cercare i libri necessari sembra un'impresa epica? Formulare frasi accattivanti e incisive è impossibile? Chi, tra giovani laureandi e dottorandi, non si è mai imbattuto in uno di questi problemi? Se state affrontando queste difficoltà è normale, l'importante è non ricorrere a strategie non proprio “oneste”. Sempre più giovani studenti pensano che per scrivere la tesi basti affidarsi a quelle già “fatte”, rielaborandole, o cercare testi tramite internet per fare un sapiente “copia-incolla”. In alcuni casi, addirittura, le tesi vengono scritte interamente da persone diverse dal laureando, poiché la preparazione sull'argomento o l'abilità nella scrittura è carente. Ad aiutarci a sfatare un po' di falsi miti e a rassicurare studenti di ogni tipo è la prof.ssa Barbara Poiaghi, vicedirettrice del Dipartimento di Scienze della comunicazione dell'Università di Macerata.
Pensa che scrivere una tesi sia un lavoro difficile?
Dipende dal tipo di tesi che si vuole fare. In ogni caso, è un lavoro impegnativo, ma sicuramente qualsiasi studente universitario è in grado di farlo se ci investe tempo e energie. Iscriversi all’Università, peraltro, dovrebbe già di per sé significare che si è intenzionati e pronti ad affrontare anche delle difficoltà. Pensare che prendere una laurea debba essere facile e divertente è un rilevante errore di valutazione.
Cosa pensa del ricorso pedissequo al “copia in colla” da internet?
Trovo che sia un modo per svalutarsi, per non credere nelle proprie possibilità. Ed è così facile per noi docenti scoprire le copiature. Questa è una delle scorciatoie più usate, insieme a quella di ricorrere a qualcuno che faccia la tesi per te. L’investimento che i ragazzi e le famiglie fanno nello studio universitario non è certo coerente con un comportamento come questo. Credo che uno studente debba approfittare di tutte le occasioni per imparare, quindi anche la stesura della tesi diventa un momento in cui si impara qualcosa.
Cosa pensa della qualità delle tesi presentate?
Ce ne sono di tutti i tipi: tesi molto frettolose e fatte solo per prendere il “pezzo di carta”; tesi dignitose, ma anche tesi fatte molto bene, in cui si capisce che lo studente ha messo a frutto gli anni di studio e vuole dimostrare, anche in questa occasione, la sua grande passione e l’investimento reale nella sua formazione. E’ più facile che queste siano tesi di lauree magistrali, ma a volte anche studenti della triennale riescono a far capire, pur nei limiti che impone questo tipo di tesi, le loro grandi potenzialità.
Potrebbe fare un paragone tra ieri e oggi? I furbi esistevano anche prima della diffusione capillare di internet?
Gli studenti furbi, che cercavano degli espedienti per non studiare o per non lavorare troppo, ci sono sempre stati. Anche quando facevo io l’Università, tra i miei colleghi c’era chi si faceva fare la tesi da qualcuno a pagamento, chi si faceva mettere le firme di frequenza dall’amico, o chi copiava alcuni pezzi di tesi fatte in altri Atenei. Adesso è tutto molto più semplice, forse anche perché è molto più diffuso internet, che rappresenta una tentazione molto forte per chi vuole aggirare gli ostacoli. Sicuramente questo tipo di lavoro potrà anche ottenere dei risultati apparentemente buoni, ma così si rischia di perdere la possibilità di mettersi in gioco e di provare a superare i propri limiti, producendo un manoscritto che sia frutto del proprio sudore e delle proprie fatiche.Solo così si può essere fieri di quello che si è partorito.
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Come ci si deve preparare per affrontare un colloquio di lavoro? E quali difficoltà si possono incontrare nel sostenerne uno? Luisa Cherubini, psicologa del lavoro e consulente del Cetril UniMc, ha risposto alle domande di “Cittàteneo” in merito a questo argomento, dopo aver tenuto un workshop sul tema. La lezione faceva parte di una serie di incontri che l'Università ha organizzato per preparare gli studenti e le studentesse al “Career Day 2012”.
Partiamo dalle prime impressioni dal vivo, quindi dal vestiario. Al colloquio possiamo presentarci come siamo realmente, oppure bisogna indossare un abbigliamento elegante?
E' bene vestirsi in maniera “sobria”, più che elegante. Non dobbiamo essere fuori dal contesto in cui ci presentiamo. Quindi, niente di troppo sportivo o di troppo elegante, se questo non è richiesto per la posizione in oggetto. Se vado a fare un colloquio in banca, certamente devo mettere la giacca e la camicia. Se devo fare il responsabile di magazzino in un'azienda di autoricambi, gli ultimi due capi non sono necessari.
La persona potrebbe sentirsi non a proprio agio, oppure essere emozionata per l'ambiente e per la prova importante. Solitamente, chi fa selezione comprende questi stati emotivi?
Sì, chi fa selezione sa che la persona può essere emozionata e che potrebbe essere in difficoltà su alcune domande. In effetti, si inizia sempre chiedendo al candidato qualcosa di semplice, come “Mi parli di lei” oppure “Mi racconti la sua esperienza universitaria”. Gradualmente, è normale riuscire a gestire questo tipo di emozione, così da poter affrontare altri temi più complicati. A meno che la caratteristica da testare in quel momento sia, ad esempio, la tolleranza allo stress. In questo caso, il selezionatore fa domande per mettere sotto stress la persona e per vedere come risponde, perché serve un candidato in grado di gestire situazioni del genere nel lavoro.
In merito ai contenuti della discussione, come ci si deve preparare?
Durante il colloquio, è bene parlare delle esperienze che la persona ha fatto, partendo dagli studi universitari e approfondendo aspetti significativi come la tesi, un progetto, un gruppo di lavoro o l'Erasmus. Si può raccontare lo stage, oppure parlare delle ultime esperienze di lavoro, anche se il discorso dipende da quello che il soggetto ha fatto nel tempo.
L'impresa può sottoporci dei casi da risolvere o delle domande particolari di carattere più personale?
Se si tratta di una selezione che prevede una certa esperienza tecnica, ci potremmo trovare di fronte a due esaminatori: uno che fa domande più tecniche e l'altro che cura gli aspetti più personali. Il primo potrebbe rivolgere, ad esempio, questioni legate alla ragioneria per un impiegato amministrativo e alle lingue per un interprete. Le domande personali servono invece a conoscere meglio il ragazzo o la ragazza. Si cerca di capire come la persona potrebbe risolvere delle situazioni problematiche, ipotizzando casi verosimili. Si può chiedere, magari, quale potrebbe essere il suo comportamento in caso di un grave rimprovero da parte del datore di lavoro. In altre situazioni, si può parlare con il candidato dei lati positivi e negativi del suo carattere, per capire qual è la sua capacità di riconoscere i propri limiti, oppure discutere su come lui si immagina dopo un certo numero di anni, per conoscere i suoi obiettivi e il suo livello di concretezza.
Esprimere il proprio disaccordo su eventuali tematiche trattate durante l'incontro, fa abbassare il “punteggio”? In sostanza, la sincerità paga?
Essere polemici non conviene mai. Si può esprimere il disaccordo, purché lo si motivi portando molti esempi positivi. Se si capisce che il punto di vista dell'esaminatore è contrario rispetto al nostro, è meglio evitare di proseguire la discussione che si è instaurata, limitandola alla pura espressione della propria idea. Il proprio punto di vista, se comunicato in maniera cortese, resta sempre interno a una dimensione personale.
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“Una volta finita l'università, riuscirò a trovare un lavoro?” è forse la domanda che riecheggia giornalmente nelle menti del laureando e della laureanda. L'attuale situazione di crisi dell'economia, poi, non può che mettere alla prova i sentimenti di speranza di molti giovani che si apprestano a cercare il primo lavoro, dopo anni passati sui banchi. “La speranza è l'ultima a morire” diceva, però, qualcuno. Quindi, una scelta saggia potrebbe essere quella di iniziare a proporsi al meglio alle imprese per le quali si vorrebbe lavorare, presentando il proprio bagaglio di competenze e di conoscenze in un curriculum vitae ben scritto.
Un'utile lezione sulla redazione del “cv” è stata organizzata a Macerata, dal Centro tirocini e rapporti con il mondo del lavoro dell'Ateneo (Cetril). Ha tenuto il workshop Luisa Cherubini, psicologa del lavoro e consulente del Cetril. “La strada per cercare lavoro, oggi, non è più predefinita – ha spiegato Cherubini ai numerosi studenti presenti in aula – Questa va costruita rispetto a quello che volete fare voi”. Il laboratorio è iniziato partendo dall'ipotesi-tipo di una persona interessata a proporsi autonomamente ad un'azienda. Prima di preparare il documento per la candidatura, infatti, lo studente dovrebbe identificare la posizione alla quale aspira e cercare un'impresa interessata ad ospitare la sua figura professionale.
E' necessario, quindi, cominciare con un'esplorazione del mercato del lavoro. Le informazioni acquisite serviranno per personalizzare il curriculum rispetto all'azienda destinataria. Il modello di curriculum preso in considerazione durante il workshop è stato il celebre “modello europeo”, per la sua completezza. In realtà, non esiste una regola precisa nella presentazione di questo tipo di documento.
Una regola fondamentale è quella della “sobrietà”. Il curriculum, infatti, deve avere un aspetto professionale, per facilitare la lettura. Qualche esempio in merito potrebbe essere fatto a proposito della compilazione della parte iniziale del foglio, quella dedicata alle informazioni personali. E' importante inserire il recapito telefonico e il contatto di una casella e-mail controllata spesso. Per l'indirizzo di posta elettronica, l'insegnante ha consigliato di comunicarne uno con una titolazione “sobria”, senza diciture particolari o nicknames buffi. Anche la fotografia, che non è obbligatoria, deve essere semplice e proposta in formato tessera. Nella sezione seguente, dedicata alle esperienze lavorative, si può indicare anche lo stage universitario.
Per tutto il documento, bisogna scegliere un criterio cronologico da rispettare nell'elenco delle informazioni. In “istruzione e formazione”, vanno scritti i titoli conseguiti, a partire dal diploma di scuola superiore. In questa parte, si possono riportare, tra le altre cose, i seminari e i corsi di formazione. Nelle righe dedicate ai corsi di laurea e, nello specifico, a fianco della dicitura “principali materie”, andrebbero indicati i corsi più apprezzati dalla persona, l'argomento della tesi, l'eventuale partecipazione all'Erasmus o altri progetti. Se si è vicini alla laurea, è meglio fornire la probabile data di discussione della tesi.
Arriva, poi, la sezione “altre lingue”, importante per molti. In questo caso, gli studenti di lingue estere dovrebbero scegliere il modello di curriculum con lo schema “Europass” dettagliato (indicazione dei diversi livelli di conoscenza). Quelli che non intendono lavorare con l'inglese, o con un'altra lingua, potrebbero utilizzare i modelli più semplici. Alla fine del cv si chiude con la formula relativa alla privacy, con la data e con la firma. Nelle note, si mostrano il numero della pagina e il proprio nome.
Il curriculum cambia in base al destinatario. Per l'azienda privata dovrebbe essere lungo non più di due pagine. Nel caso di risposta ad un bando pubblico, invece, sarebbe necessario un maggior grado di dettaglio nella descrizione della propria carriera. Per sapere come compilare bene l'intero CV, e come differenziarlo in base agli obiettivi lavorativi, è possibile contattare il Cetril all'indirizzo orientamento.consulenzaorientativa@unimc.it .
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S. è un ragazzo etiope di trent’anni, da sette ha lasciato il suo paese e dopo diverse peregrinazioni tra Italia e Gran Bretagna, si è stabilito a Porto San Giorgio, dove vive da più di un anno. Qui in Italia ha conseguito il diploma di terza media, mentre in Etiopia ha frequentato un istituto superiore professionale. S. non è un semplice emigrante, che ha lasciato la terra natia alla ricerca di miglior fortuna altrove, ma un rifugiato politico. Pur essendo sulla carta una “repubblica federale democratica” dal 1994, in Etiopia sussiste, di fatto, un regime dove la libertà d’espressione è soffocata, gli organi d’informazione sono sotto il completo controllo governativo e il dissenso interno è violentemente represso (fonte: Peacereporter.it).
Giunto la prima volta in Italia, S. ha chiesto subito asilo politico, diritto garantito dall’articolo 10 della nostra Costituzione e, dal 2002, strutturato nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), nato dall’accordo tra Ministero dell'Interno, ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Lo SPRAR opera a livello locale attraverso le molte associazioni, cooperative ed enti che garantiscono interventi di "accoglienza integrata" a chi chiede asilo politico in Italia. A Porto San Giorgio è attivo il progetto “Human Rights”, tra i 160 che fanno parte della rete SPRAR, e tra i 10 sperimentali che si occupano di disagio mentale. Dal 2011, infatti, lo SPRAR ha inserito, tra le tipologie d’intervento, questa nuova categoria.
“La persona che arriva da noi spesso è una persona traumatizzata, che ha subito violenze o che ha assistito a violenze sui propri familiari, sopravvissuta a torture inenarrabili” spiega Alessandro Fulimeni, responsabile e coordinatore di Human Rights. “ Il nostro è un tipo d’intervento di “assistenza integrata”, cioè che va al di là del normale soddisfacimento dei bisogni di vitto e alloggio. Abbiamo un’equipe qualificata di educatori professionisti, operatori socio sanitari, psicologi e terapeuti, interpreti e mediatori culturali, nonché di avvocati che forniscono assistenza legale ai nostri ospiti.” L’associazione sangiorgese dispone di due appartamenti dove vivono, al momento, cinque ragazzi, tra cui S. “Si tratta di persone scappate dai loro paesi per sfuggire a guerre e miseria, per lo più sono giovani (tra i 20 e i 30 anni) e in maggioranza provengono dal Corno d'Africa e dal Medioriente, là dove esistono regimi militari o governi dittatoriali e le cui condizioni economiche rasentano la carestia”.
Per ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, il richiedente asilo deve portare testimonianza della sua esperienza ad una commissione giudicante, ma spesso, proprio a causa dei traumi subiti (non ultimi quelli a seguito dei viaggi della speranza intrapresi per scappare dal proprio paese) non è capace di ricordare ciò che è successo. Compito degli assistenti è, quindi, anche quello di preparare la persona al colloquio con la commissione, aiutandolo a superare lo shock – per quanto possibile- e a collocare i fatti in sequenza ordinata. Le commissioni competenti possono, alla fine dell’iter burocratico, riconoscere uno di questi tre livelli: rifugiato politico (con rilascio di permesso di soggiorno della durata di 5 anni, rinnovabile); riconoscimento della protezione sussidiaria (permesso di 3 anni, rinnovabile) nei casi in cui tornare nel Paese d’origine comportasse un rischio grave per la persona; riconoscimento della protezione umanitaria (permesso di un anno, rinnovabile) nei casi in cui sussistono gravi motivi di carattere umanitario (pestilenze, carestie ecc.). Ad S. è stata riconosciuta la protezione sussidiaria e per lui sarà praticamente impossibile rientrare in Etiopia, proprio perché potrebbe essere molto pericoloso per la sua incolumità. Si rimane però “schedati”, con il governo che cerca comunque di esercitare un controllo a distanza; per questo è importante tutelare la privacy e l’identità del richiedente.
Dall’agosto di quest’anno e per la durata di tre mesi, ad S. è stata data la possibilità di svolgere un tirocinio formativo presso lo IAT - Informazione ed Accoglienza Turistica - di Porto San Giorgio, grazie ad una convenzione stipulata tra la Provincia di Fermo-Settore Turismo e la Human Rights. “L’intento di questo tirocinio - continua Fulimeni - è quello di aiutare il ragazzo ad integrarsi nel contesto sociale della città che lo ospita, favorendone anche l’inserimento nel mondo del lavoro. Tutte le attività di chi, come noi, opera nell’ambito dello SPRAR sono chiaramente volte al ristabilimento dell’equilibrio psicofisico della persona, alla sua integrazione nel tessuto sociale ed economico del paese d’accoglienza e anche al ricongiungimento coi proprio familiari. In più, possiamo contare sulla solidarietà dei nostri concittadini, che quando e come possono aiutano la nostra cooperativa e i ragazzi che ospitiamo”.
Per chi volesse saperne di più sulla rete SPRAR e sulle questioni legate all’immigrazione e all’asilo politico, sui può consultare il sito www.serviziocentrale.it
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Win for life, Gratta&Vinci, Superenalotto, poker, bingo, scommesse di ogni genere: sono i migliori passatempi al giorno d'oggi, passatempi che, però, svuotano, ogni anno, sempre più corposamente, le tasche degli italiani.
Nella penisola, infatti, il gioco d'azzardo è cresciuto del 15% negli ultimi due anni. Quale sarà la ragione?Colpa della crisi? Si cercano strade alternative che conducano verso un facile guadagno? In realtà, le probabilità di vincita sono illusorie e servono principalmente a fa riscuotere allo Stato milioni di euro l'anno.
Negli ultimi mesi, si è assistito a una crescita selvaggia di questo tipo di giochi, con la conseguente crescita della dipendenza, che rischia di creare un considerevole danno sociale. Quella del gioco d'azzardo, è, in Italia, la quinta industria poco dopo Fiat, Telecom ed Enel; analizzando il reddito pro-capite del 2011, l'Istat ha calcolato che la nostra nazione detiene il primato mondiale, con oltre 500 euro a persona spesi in questo settore e con un aumento del 20% circa nell'ultimo anno.
Partendo da questa considerazione, il matematico Paolo Canova e il fisico Diego Rizzuto hanno cercato il modo per informare i fruitori sui meccanismi matematici che sono alla base dei giochi e che fanno perdere il giocatore. Per questo, hanno dato vita al progetto “Fate il nostro gioco”.
Il primo obiettivo che i due scienziati si prefiggono è quello di far capire come, dietro ad ogni gioco, ci sia il calcolo delle probabilità. La loro idea è quella di diffondere tra le persone un approccio al gioco responsabile, che allontani i giocatori dalle possibili dipendenze, come informa la pubblicità progresso.
Per prima cosa, Canova e Rizzuto sfatano il “mito” dei numeri ritardatari. Nel gioco del lotto, ad esempio, un numero che diventa centenario, che cioè non esce da moltissimo tempo, provoca un autentico caos: tutti puntano su quel numero, senza rendersi conto che la probabilità che esca rimane sempre la stessa, in ogni estrazione.
Un'altra falsa aspettativa è legata a Win for Life: alla base di questo gioco c'è un meccanismo studiato ad hoc per dare l'illusione della vincita. Se indovini i numeri da 0 a 3 o da 7 a 10 vinci una parte del montepremi, se realizzi 4, 5 o 6 perdi. Nessuno si rende conto che con Win for Life la probabilità di perdere è pari all'82% e che con 3 o 7 recuperi a malapena il costo del biglietto.
Per far meglio comprendere la probabilità di vincita, i matematici hanno inventato due giochi. Nel primo - il gioco dei 10 - bisogna ordinare dieci episodi, dal più probabile al meno probabile. Nel secondo, il gioco dei coriandoli, un volontario deve svolgere due attività: la prima è il lancio della moneta e l'obiettivo è fare 6 volte testa; poi, bisogna cercare di pescare da un grosso cubo l'unico coriandolo rosso presente in mezzo a migliaia di coriandoli bianchi. La probabilità che entrambi gli eventi accadano è uguale a quella di vincere al Superenalotto.
I due scienziati lanciano una vera sfida: “Volete una vincita sicura? Non scialacquate i soldi in lotterie e scommesse per un anno e vedrete che bel premio potrete godervi!” Non resta che ascoltarli, iniziando ad usare il salvadanaio.
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